Per tradurre non basta sapere l’inglese

Due settimane fa ho visto su Twitter un post che chiedeva di condividere le priorie unpopular opinion sul mondo dell’editoria. Mi è preso l’immediato raptus polemico tipico di chi sa di aver studiato anni per fare un lavoro sottopagato.

Sia chiaro, non ce l’ho in particolare con le booktuber che hanno tradotto libri (e non ce l’ho proprio con quell* che facevano le traduttrici prima di diventare book influencer). Se ti viene data l’opportunità di fare qualcosa di interessante e diverso dal solito, perché non accettare?

Se devo per forza puntare il dito, è alle case editrici, che non danno il giusto valore a un passaggio così importante come quello della traduzione. La traduzione è il primo posto dove molte case editrici vanno al risparmio, affidandola a persone senza qualifiche o esperienza, come appunto booktuber o il cuggino che ha fatto il lavapiatti a Londra per 6 mesi. (Prima che mi veniate a dire #NotAllCaseEditrici – mi pare chiaro che non sto parlando della Einaudi che ingaggia Susanna Basso per tradurre l’ultimo romanzo di Ian McEwan.) In generale, questo discorso può essere fatto non solo per il mondo dell’editoria, ma anche per i tantissimi settori che fanno uso di traduzione e interpretariato, senza però ingaggiare personale qualificato né retribuire il giusto.

Mi rode però in particolare l’idea di ingaggiare booktuber di turno perché, se il cuggino viene scelto perché chiede poco (grazie cuggino per svalutare inconsapevolmente l’intero mercato della traduzione), la booktuber viene scelta per pura strategia di marketing. Ho un libro che non si incula nessuno? Ah, lo faccio tradurre al* booktuber X così i suoi follower lo comprano. Rinse and repeat per i libri di Favij e compagnia. Chapeau per l’acume finanziario, un po’ meno per l’onestà intellettuale.

Avanti veloce a questa settimana. Più ci penso, più diventano lunghi i pipponi che rifilo al muro mentre mi faccio la doccia, con tanto di espressioni facciali e gestualità. E siccome non posso permettermi di spendere metà del mio stipendio in bollette dell’acqua, ho deciso di mettere giù i miei pensieri in un articolo, con la speranza che abbia un effetto catartico.

Quindi ecco 3 motivi per cui per tradurre non basta sapere l’inglese, e se sei una casa editrice dovresti assumere un traduttore qualificato.


1 La traduzione è un lavoro
Per anni, la traduzione e l’interpretariato sono state considerate mansioni ma non professioni, ovvero venivano affidate a chi nella stanza (o nel gruppo, o nell’azienda) avesse un minimo di competenza linguistica. Quindi negli anni si è chiesto alla collega con mamma cinese di tradurre un report finanziario dal mandarino, all’amico col B2 di tradurre la propria tesi in inglese, e persino alla donna delle pulizie serba di fare da interprete in ospedale.

Nonostante traduzione e interpretariato siano pratiche antichissime, la loro professionalizzazione è molto recente, si pensi che la figura professionale dell’interprete è nata solo con i processi giuridici in seguito alla seconda guerra mondiale. Questo fa sì che nella mente di molti, traduzione e interpretazione siano ancora mansioni, per cui non serve alcuna formazione specifica. Insomma: basta sapere l’inglese.

Nel frattempo però la traduzione e l’interpretazione hanno fatto passi da gigante, con la nascita di numerosi corsi universitari e scuole professionalizzanti. Perché chi ha studiato traduzione sa che si può avere talento per le lingue, ma la traduzione si impara con anni di studio e la pratica. Diciamoci la verità, anche la prima traduzione di Anna Nadotti, molto probabilmente, era una cagata pazzesca.

Insomma, io non metto in dubbio che le booktuber che hanno tradotto libri se la cavino con l’inglese, ma affidare loro la traduzione di un libro equivale a chiedere al tuo amico con la Canon se ti fa le foto al matrimonio per 50€, invece di ingaggiare un fotografo. Le traduttrici letterarie qualificate in Italia ci sono. Mancano le case editrici che vogliono assumerle e pagarle il giusto. E questo è un problema che affligge l’intero settore artistico.


2 Sapere l’inglese è secondario
O, come tradurrebbe chi l’inglese invece non lo sa molto bene, questa è la collina su cui morirò. Ma iniziamo con un chiarimento: un’ottima comprensione del testo è fondamentale per la traduzione e su questo non si discute. E non parlo solo della comprensione del contenuto, ma anche delle sfumature di significato, dei richiami intertestuali che sarebbero chiarissimi al lettore del testo originale e che invece sono difficilissimi da tradurre nella cultura d’arrivo. (Ah e no, la traduzione dei modi di dire non è nemmeno minimamente l’ostacolo linguistico più grande).

Tuttavia nel 2021 una comprensione totale di qualsiasi tipologia di testo da parte del traduttore non è né umanamente possibile né, in tutta onestà, una priorità fondamentale.

Facciamo un passo indietro: tutte le vecchie traduzioni dei classici, che ora noi consideriamo magistrali, poetiche, senza tempo, altro non sono che traduzioni affidate dal caporedattore della casa editrice a quei pochi suoi amici intellettuali che al tempo masticavano l’inglese o il francese (uso volutamente il maschile perché erano in grande maggioranza uomini). Se pensiamo che fino agli anni ’50-’60 a sapere bene non solo l’italiano ma anche una seconda lingua erano in pochissimi, appare chiaro come la comprensione anche parziale del testo fosse un requisito tanto fondamentale, da essere spesso anche l’unico.

Tuttavia il risultato è che basta andare a leggere una qualunque traduzione del primo 900 per trovare errori di comprensione e frasi senza senso. Il perché è semplice. Se nel 1910 incontri una frase o un concetto che non capisci e non trovi sul dizionario, le opzioni sono due: o hai la fortuna di avere un* amic* madrelingua che vive nel Regno Unito a cui scrivere una lettera a cui riceverai risposta, forse, fra un mesetto; oppure inventi.

Oggi tuttavia la situazione è ben diversa: due paroline in inglese o in francese le sappiamo dire tutti, le università pullulano di studenti di lingue, vivere e studiare all’estero è sempre più facile. Comprendere un testo in inglese, anche solo in termini generali, non è più un talento raro.

E poi naturalmente c’è Google. No, non intendo Google Translate, parlo dei milioni di dizionari, enciclopedie e forum online, che rappresentano una risorsa insostituibile per tutti i traduttori moderni. Non siete sicuri del significato di un termine slang americano? Qualcuno sul forum di WordPress avrà chiesto la stessa cosa l’anno scorso e Kyle Sanders, traduttore residente a Miami, avrà dato loro una risposta nel giro di un’oretta. Non riuscite a trovare una risposta soddisfacente nemmeno sui forum? Basta mandare un’email all’autrice (se in vita) e chiedere direttamente a chi il testo l’ha scritto. Nel ventunesimo secolo, nulla è più incomprensibile.

Ecco che sapere l’inglese passa in secondo piano, e non è più requisito unico per saper tradurre. A salire sul gradino più alto del podio sono invece due capacità strettamente legate tra di loro. In primo luogo, una conoscenza intima della cultura “di partenza” (ovvero dell’ambientazione del libro, o della cultura dell’autore) che permetta al traduttore di comprendere (o almeno rilevare, per tutto il resto c’è Google) quelle sfumature di significato e quei riferimenti intertestuali nascosti che rischiano altrimenti di andar persi in traduzione.

E in secondo luogo, bisogna saper scrivere in italiano. E no, prendere 8 al tema di italiano non basta. Per tradurre bene bisogna conoscere intimamente la lingua di arrivo, tanto quanto se non più della lingua di partenza. E questa conoscenza si estende non solo al lessico, ma anche alle strutture sintattiche, alla musicalità della lingua, alla modulazione del registro (stiamo traducendo un fumetto o un saggio di antropologia?).

L’interfaccia tra le due competenze, l’area di sovrapposizione in questo ipotetico diagramma di Venn linguistico, rappresenta la capacità di tradurre, o meglio trans-ducere: comprendere un’idea e trasportarla in un’altra lingua, con lo scopo di avvicinarsi il più possibile all’equivalenza (che non vuol dire per forza non uguaglianza!). Come si fa ad acquisire questa capacità? Torniamo al punto 1: con lo studio e la pratica.

Se chi traduce è alle prime armi e l’unica abilità che ha è quella di sapere l’inglese, produrrà un testo con errori di comprensione, frasi senza senso nel contesto, calchi, imprecisioni stilistiche, e tanto altro.

Sotto questo punto di vista, la traduzione non è altro che un mestiere come tanti altri, e in quanto mestiere richiede una varietà di abilità diverse. Personalmente, posso dire di saper avvitare un bullone, sturare lo scarico della vasca e persino ri-pressurizzare la caldaia, ma questo non vuol dire che io domani possa mettermi a fare l’idraulico.


3 Si vende la traduzione, non l’originale
Se quanto detto finora fa appello solamente all’onestà intellettuale e al rispetto professionale di chi commissiona le traduzioni, questo ultimo punto prende in considerazione anche l’aspetto morale. Infatti le case editrici sulle traduzioni ci guadagnano e anche tanto. I libri in traduzione rappresentano quasi un quarto del mercato editoriale italiano (fonti: Istat, Ice) e sono ospiti fissi delle classifiche di bestseller nostrane.

A differenza di paesi come il Regno Unito dove leggere libri traduzione è un’esperienza esotica, nella mente delle lettrici italiane non c’è quasi mai una differenza tra leggere libri in traduzione o libri scritti originariamente in italiano, anzi molte lettrici accanite snobbano completamente la letteratura italiana contemporanea (Premio Strega? I don’t know her).

Le case editrici italiane non sono neanche tanto umili con i prezzi di copertina che oscillano dai 15€ ai 25€ per i libri in brossura (prezzi astronomici se considerate che i libri originali si possono acquistare tranquillamente in UK per £8-10).

Dire che l’editoria campa grazie alle traduzioni è forse un po’ eccessivo, ma non ci siamo tanto distanti. Tuttavia oggi voglio portare la vostra attenzione su questo dettaglio: “grazie alle traduzioni”. Ecco, il punto è proprio questo: il prodotto che la casa editrice vende, e su cui guadagna, non è il testo originale, ma la traduzione. Il testo che viene letto è la traduzione, e molti lettori non vedranno mai nemmeno la prima lettera del testo originale.

Certo, l’autrice conserva comunque i diritti di copyright, e la questione dell’autorialità del testo tradotto rimane oggi molto dibattuta negli studi di traduzione, tuttavia è innegabile come l’esperienza di lettura che il cliente deriva dall’acquisto del libro provenga direttamente dalla qualità del testo tradotto. In parole povere, sappiamo tutti quanta differenza fa una bella traduzione rispetto a una fatta coi piedi.

Ecco perché parlo dell’aspetto morale. Se ti fai fare un tatuaggio dall’amico tuo bravo che fa tutto in casa e per buona misura non si lava le mani, e poi ti viene fuori una ciofeca che tua nonna quando ti vede fa il segno della croce, sei tu il pirla e tu ci rimetti. Ma le case editrici non solo mancano di rispetto alla professione ingaggiando “traduttrici per un giorno” sottopagate e senza qualifiche, ma spesso e volentieri mandano in stampa testi illeggibili che non hanno mai visto la penna di un* editor, e non contenti ci schiaffano sopra un bel prezzo di copertina di 20€ tondi tondi.

E il ricavato le case editrici lo usano per? Ingaggiare il loro primo social media manager nel 2021 (anche loro probabilmente amic* del cuggino che ha vissuto a Londra)? Far scrivere una bella recensione su La Repubblica che leggono in 3 e forse un cane di passaggio di fronte all’isola ecologica, ma solo di sfuggita prima di pisciarci sopra? Comprare “eBook for dummies”? Non lo sapremo mai.


Se siete arrivati fino a qui, grazie per la pazienza, confermo che la scrittura di questo articolo è stata un parto, ma anche un’esperienza catartica. Come ogni prodotto mediatico sovversivo e di denunzia che si rispetti (Seaspiracy guarda e impara), questo articolo si conclude con un tentativo di risposta all’annosa domanda “Ma io cosa posso fare per combattere l’orribile piaga sociale delle traduzioni letterarie di merda”?

Partiamo dalla risposta più facile. Sei un* booktuber/bookstagrammer/bookquellochevuoi e ti propongono di tradurre un libro? Di’ di no. Rifiuta con cortesia. Fa notare alla casa editrice che non hai la formazione né l’esperienza necessaria per tradurre un libro, e forse nemmeno il manuale della tua lavatrice. Consiglia al tuo contatto nella C.E. di cercare un traduttore letterario qualificato.

Sei un comune lettore? Se ti piace leggere, comprare libri è (quasi) inevitabile, e inoltre non stiamo parlando della crisi climatica o del traffico di esseri umani, quindi niente boicottaggio questa volta. Ma vi incoraggio a porre più attenzione alle traduzioni che leggete. Una frase non ha senso? Non passateci oltre. Un’espressione vi suona strana? Chiedetevi, “Ma io lo direi nella vita vera?”. La lettrice italiana media ha ormai il gusto acquisito del traduttese, ma esercitatevi nella lettura attiva e critica delle traduzioni, e se qualcosa vi fa inorridire, perché non mandare una bella email alla casa editrice? Il libro è un prodotto che avete comprato, quindi se non vi soddisfa, potete lamentarvi.

This is M signing out for now!


Nota sull’uso del genere lessicale in questo articolo: Questo articolo è stato un parto anche per il mio tentativo di usare un italiano non sessista, ovvero di non usare il maschile-neutro. Essendo un articolo dove si parla in termini generali di figure come la traduttrice e la booktuber, ho cercato di fare scelte non sessiste, preservando comunque la scorrevolezza del testo e senza abusare delle barre. Se me ne sono sfuggiti alcuni perdonatemi (e ditemi dove!). Dove la differenza tra forma femminile e maschile è relativa a poche lettere in desinenza, è stato usato l’asterisco sostitutivo (un* amic*, invece di un/a amico/a). Dove invece la differenza è a livello morfologico, si è optato per il femminile neutro (la traduttrice, invece di il/la traduttore/traduttrice).

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