3 serie TV che sono migliori dei libri da cui sono tratte

Per noi cultori dei libri, gli adattamenti cinematografici o televisivi delle nostre storie preferite finiscono sempre per essere una delusione: magari perché il casting non rispecchia i personaggi come ce li eravamo immaginati, o magari perché scene a cui siamo affezionati vengono tagliate o modificate. Qualsiasi sia il motivo, nel nostro cuoricino penseremo sempre che il libro era meglio del film fino a prova contraria.

Ecco, oggi parliamo proprio della prova contraria, con 3 serie che sono migliori dei libri da cui sono tratte. Sono bestie rare, ma esistono!

Premessa: questa classifica non è conclusiva ed è ovviamente limitata dai miei gusti personali. Ho scelto solo serie di cui ho letto il libro e visto almeno una stagione.


Locandina della prima stagione de Il racconto dell’ancella

1 The Handmaid’s Tale/Il racconto dell’ancella (autrice del libro: Margaret Atwood).
Nonostante le ristampe più recenti cerchino di spalmarlo sottile sottile e rimpinzarlo di prefazioni e note critiche e ricette della torta di mele di zia Pina per farlo arrivare a 500 pagine, il romanzo The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood, pubblicato originariamente nel 1985, è considerabile un romanzo breve… o una storia lunga.

Atwood ha infatti un incredibile talento, che si rivela al suo meglio nelle storie brevi, nel creare impressioni, flash di mondi o situazioni possibili che affascinano il lettore. Tuttavia non è a parer mio ugualmente abile nel dare una solida struttura a queste idee, struttura che è necessaria a sostenere l’arco di un romanzo più lungo.

E di questo risente, almeno in parte, anche Il racconto dell’ancella, romanzo che può vantare un’idea assolutamente geniale, ma un world building un po’ affrettato. Tra le lacune più ecclatanti a mio parere sta il fatto che non viene mai veramente spiegato come il governo di Gilead riesca ad organizzare, dall’oggi al domani, il rapimento di una grossa fetta della popolazione, senza che nessuno batta ciglio.

Atwood sembra infatti essersi preoccupata, almeno in un primo momento, solo degli elementi che toccano direttamente la vita di Difred (o Offred in inglese), ma senza andare molto oltre. Il risultato è un personaggio femminile molto convincente, una trama difficilmente dimenticabile, ma allo stesso tempo un mondo distopico la cui impalcatura, se si inizia a scavare un poco, inizia a traballare.

Ed ecco che entra in scena la serie The Handmaid’s Tale, scritta e co-prodotta da Atwood stessa. La serie, e successivamente il sequel letterario I testamenti (2019), sono un modo per Atwood di ampliare e rafforzare la struttura del romanzo originale, dando vita e voce ai molti punti di vista femminili che abitano il mondo di Gilead.

Se però I testamenti da un punto di vista strettamente qualitativo è, diciamocela tutta, un libro mediocre e tralasciabile (il solo pensiero che ha vinto il Booker Prize a pari merito con Girl, Woman, Other mi fa salire la bile), la serie The Handmaid’s Tale si rivela essere invece un prodotto validissimo. Grazie ad alcune accortezze (ad esempio la colonna sonora spaziale), riesce infatti a dare un’ulteriore dimensione alla storia, arricchendola di dettagli personali e supplendo alle mancanze strutturali del romanzo originale.

Consiglio sia la lettura del libro che la visione della serie, che sono a mio parere complementari.

Locandina de The Man in the High Castle

2 The Man in the High Castle/La svastica sul sole, ripubblicato recentemente come L’uomo nell’alto castello(*) (autore del libro: Philip K. Dick)
Se la serie de Il racconto dell’ancella supplisce ad alcune mancanze del libro e ne arricchisce la storia, la serie de La svastica sul sole va ben oltre e rielabora interamente il romanzo da cui è tratta, senza dubbio in meglio.

La linea che distingue un adattamento da un’opera ‘ispirata a’ è una linea molto sottile, e questa serie ne è un chiaro esempio. Nella serie vengono infatti preservati l’idea di fondo del romanzo di Dick (la vittoria delle potenze dell’Asse e la spartizione del mondo tra Germania e Giappone), e una manciata di personaggi principali. Tutto il resto, dalla trama allo sviluppo psicologico dei personaggi, è stato creato di sana pianta dagli autori della serie. Il risultato? Una storia che finalmente rende giustizia all’idea da cui è nata.

Se seguite il blog da un po’ sapete che The Man in the High Castle è stata per me una delle letture più deludenti del 2020. Non metto in dubbio il fatto che l’idea di fondo sia geniale, tuttavia ho trovato l’esecuzione molto approssimativa. Dick infatti crea un universo ucronico interessantissimo, e ne affida l’esplorazione a personaggi piatti che agiscono a caso e si perdono in sotto-trame senza senso. Da questo punto di vita, la serie ha l’incredibile pregio non solo di dare tridimensionalità ai personaggi creati da Dick, ma anche di introdurre nuovi personaggi validissimi, uno fra tutti John Smith, Obergruppenführer americano stazionato a New York la cui lealtà al Reich si scontra con il suo desiderio di proteggere la sua famiglia.

Nel libro, a unire tutti filoni narrativi è un’altra trovata geniale di Dick, il romanzo The Grasshopper Lies Heavy scritto dall’uomo nell’alto castello che dà il titolo al romanzo. Questo romanzo all’interno del romanzo descrive un mondo (il nostro) in cui gli Alleati hanno vinto la guerra, e quindi rappresenta l’equivalente, o meglio il negativo, del romanzo di Dick nel nostro mondo. Tuttavia, proprio nelle ultime pagine, quando speri di scoprire qualcosa in più sul perché questo romanzo sia il fulcro della storia, Dick risolve il tutto con un finale raffazzonato e anticlimatico che personalmente mi ha lasciato tanta amarezza e un gigantesco “Ma quindi?”.

Sotto questo aspetto, la serie ha due pregi principali. In primo luogo, trasforma The Grasshopper Lies Heavy da un libro dentro il libro a una serie di video dentro la serie TV (bellissima trovata!). In secondo luogo, dà a questi video una ragion d’essere all’interno della serie e dà allo spettatore una spiegazione sulla loro origine. Che l’elemento leggermente soprannaturale piaccia o meno, ha l’indubbio pregio di dare ancora una volta spessore a un’idea che Dick non si è preoccupato di sviluppare al meglio.

Unica nota negativa della serie (per mio gusto personale): Joe Blake è inutilissimo, poteva anche andare al Creatore nella prima stagione e non mi sarei lamentata, thank you for coming to my TEDTalk.

In conclusione, la serie de The Man in the High Castle, prende tutte le idee geniali di Dick e tutte le occasioni sprecate nel libro e dà loro corpo, una ragione di esistere all’interno della storia e le trasforma in fantastiche opportunità per esplorare tematiche quali la lealtà familiare e politica, i pericoli dell’idealismo estremista, e la resistenza contro l’oppressore.

In questo caso consiglio assolutamente la visione della serie, ma il libro potete anche rimetterlo sullo scaffale.

(*) E per il mio prossimo TEDTalk:

Locandina di Normal People

3 Normal People / Persone Normali (autrice del libro: Sally Rooney)
Ovvero, il libro su cui ogni millennial ha, senza eccezioni, una delle due seguenti opinioni: a) il libro più bello che io abbia mai letto, mai nessun’altro libro mi piacerà altrettanto; o b) che barba che noia, ma quindi?

Se appartenete alla seconda categoria, allora lasciate pure perdere la serie e andate in pace. Se invece appartenete alla prima categoria, preparatevi a ricredervi: pensavate che Persone normali (il romanzo) fosse la storia più bella mai raccontata? Non avete ancora visto la catenina di Paul Mescal la serie!

Thirst trap a parte (ma che parte!), la serie di Persone normali ha l’indiscutibile pregio si rimanere incredibilmente fedele al libro, andando però a limare con molta cura e intelligenze le parti del romanzo più, per così dire, spigolose. Il risultato è una storia ancora più realistica, che comunque conserva – e anzi a parer mio potenzia – l’intimità e l’introspezione devastante del romanzo di Rooney.

Per parti spigolose mi riferisco in particolare a tutti i numerosissimi e stupidissimi fraintendimenti tra Marianne e Connell – sì, quelli che ti fanno alzare gli occhi al cielo e urlare internamente “Parlatevi, cazzo, parlatevi!”. Non preoccupatevi, i fraintendimenti rimangono, ma non sono molto meno frequenti e molto meno stupidi, il che rende a parer mio la serie più realistica e meno frustrante del libro.

La seconda parte spigolosa a cui mi riferisco è la storia BDSM di Marianne che nel libro mi era apparsa come un fulmine a ciel sereno, mentre nella serie viene introdotta i maniera più naturale e intelligente. Rimango comunque un po’ perplessa dal legame implicito che Rooney stabilisce tra gli abusi familiari subiti da Marianne e la sua preferenza per la sottomissione in ambito sessuale, ma di questo parleremo un altro giorno.

Non posso non menzionare l’incredibile bravura dei due attori che interpretano Marianne e Connell, Daisy Edgar-Jones e Paul Mescal. Paul Mescal in particolare ha debuttato sul piccolo schermo in questa serie, ed è senza dubbio un’attore da tenere d’occhio (e non solo per la catenina, okay la smetto). Per di più, sarà che ormai ho visto la serie due volte, ma ho il crescente sospetto che siano stati fabbricati in qualche laboratorio segreto apposta per interpretare questi due ruoli perché onestamente sono esattamente come mi ero immaginata i personaggi.

In conclusione, se non avete ancora letto o visto Persone normali dove vivete, sotto un sasso?


Ci sono altre serie TV o film che avete preferito più del libro da cui sono tratte? Se sì, fatemelo sapere nei commenti! Fatemi sapere anche se è troppo presto per riguardare Persone normali una terza volta perché secondo me no.

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