Recensione | ‘Mia sorella è una serial killer’ di Oyinkan Braithwaite

Se vostra sorella vi chiamasse, nel cuore della notte, confessandovi di aver appena ucciso il proprio ragazzo perché voleva farle del male, e vi chiedesse di non dirlo a nessuno, voi cosa fareste? Molto probabilmente le credereste fino a prova contraria. Poi, armatə di guanti a candeggina, andreste ad aiutarla. Korede, la protagonista di ‘Mia sorella è una serial killer’, si trova in questa esatta situazione. Solo che, come suggerisce il titolo del romanzo, non è la prima volta, bensì già la terza.

‘Mia sorella è una serial killer’ (traduzione di Elena Malanga, edizioni La nave di Teseo) è una danza a tre che si svolge a passo sempre più incalzante sullo sfondo di una Lagos affollata, torrida e frenetica. La protagonista, Korede ha il compito in quanto sorella maggiore di essere sempre al fianco di Ayoola, la sorella minore – anche quando quest’ultima sembra avere una preoccupante tendenza ad accoltellare i propri fidanzati, che lei accusa di essere violenti.

Le due sono all’apparenza profondamente diverse. Korede fa l’infermiera, lavoro sfiancante che la porta a passare turni lunghissimi in ospedale dove l’unica persona con cui si confida è un paziente in coma. Innamorata da sempre del Dottor Tade, aspetta pazientemente che lui la noti. Ayoola, al contrario, sembra cambiare fidanzato ogni due o tre mesi (anche perché gli ultimi tre hanno lasciato questo mondo dal lato sbagliato del suo coltello). Ayoola sembra passare le sue giornate su Instagram, o a cucire vestiti per la sua azienda che sembra avere successo quasi esclusivamente in virtù della bellezza di lei.

Il romanzo si regge su questi tre personaggi – Korede, Ayoola e Tade – e sul complicato triangolo che si instaura tra di loro. Infatti, dopo anni in cui Korede si è limitata a guardare Tade da lontano, con scarsi risultati, basta una sola visita di Ayoola alla clinica, perché Tade perda la testa per lei. Ora ai dubbi di Korede riguardo agli omicidi di Ayoola, si aggiunge la preoccupazione che Tade faccia la fine di tutti gli altri: freddo e livido sul fondo di un fiume, una prospettiva difficile da sopportare per Korede. Alla narrazione nel presente si alternano poi flashback ambientati durante l’infanzia delle due donne, in cui si scoprono dinamiche familiari soffocanti e il fantasma del padre, severissimo e crudele, la cui morte ha, in un modo o nell’altro, unito le due sorelle indissolubilmente.

Cosa fare? Da una parte l’affetto e la fedeltà nei confronti della sorella la spingono a mantenere il silenzio, mentre dall’altra l’amore per Tade e la gelosia nei confronti della sorella la spingono a smascherare Ayoola per quello che è (hint: la soluzione è nel titolo!).

Alla fine Korede sarà obbligata a fare una scelta e questa scelta sarà la cartina di tornasole che farà luce sulla sua persona.


Di questo libro ho apprezzato tantissimo la narrazione incalzante (anche se alcuni plot twist erano un po’ prevedibili), il sottile sapore thriller della trama e l’ambientazione. Ma più di tutto, ho amato tantissimo la caratterizzazione di personaggi, in particolare di Korede. Il senso morale di Korede e degli altri personaggi è un punto focale del romanzo, e viene esplorato dall’autrice senza un briciolo di giudizio esterno. La decisione finale di Korede, che può essere condivisibile come no, assume corpo e validità nel suo contesto. Korede non vuole giustificarsi, e non ha sensi di colpa. Fa quello che, secondo lei, va fatto.

Il romanzo è stato nominato per il Man Booker Prize e per il Women’s Prize for Fiction, due risultati eccellenti se si pensa che Braithwaite è un’autrice esordiente. Spero veramente di leggere qualcos’altro di suo nei prossimi anni.

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