Recensione | ‘Exciting Times’ di Naoise Dolan

Exciting Times ha un titolo molto curioso. Sembra suggerire un libro elettrizzante, pieno di azione. In realtà di azione ce n’è ben poca, l’excitement sta tutto nella vita interiore di tre personaggi che che orbitano l’uno attorno all’altro creando l’intreccio del romanzo.

La protagonista del romanzo è Ava, ragazza ventenne irlandese che lascia un passato piuttosto triste a Dublino e si trasferisce a Hong Kong per insegnare l’inglese. Qui intreccia due relazioni, la prima con il banchiere Julian e la seconda con la consulente finanziaria Edith. Questi tre personaggi, all’apparenza molto distanti l’uno dall’altro, formano un triangolo piuttosto inusuale (non preoccupatevi, non è imbarazzante!). Ava, Julian e Edith incarnano anche i tre paesi nella vita della protagonista.

Il primo è l’Irlanda, suo paese di origine, dove lei ha lasciato i legami familiari. Le conversazioni telefoniche con la madre e i fratelli sono pervase da quella banalità tipica dei legami più intimi, e immancabilmente prive di alcuna condivisione sincera. In fondo Ava, come il lettore scopre ben presto, è una persona che non si apre molto.

L’Irlanda descritta dalla protagonista è pervasa da un sentimento dolceamaro. La dolcezza è data non solo dall’affetto – pacato, contenuto, irlandese – per i familiari e in particolare per il fratello, ma anche dall’affetto quasi nostalgico per la lingua madre (sia l’inglese irlandese, che il gaelico). Ava ne descrive espressioni e strutture con minuzia, come se solo attraverso queste espressioni lei riuscisse ad esprimersi in maniera vera, onesta.

L’amarezza è data da un passato profondamente triste a cui la protagonista accenna, senza rivelare troppo. La cosa che Ava menziona più spesso è però il fatto che in Irlanda l’aborto sia illegale (e lo è stato fino a gennaio 2019, quando è stata messa in vigore una legge che permette l’interruzione di gravidanza fino alla dodicesima settimana). Ne ero a conoscenza prima della lettura del libro, ma in maniera quasi periferica, mentre la realtà dipinta da Ava è spaventosa.

Uno dei particolari che mi ha colpito di più è la pratica diffusa tra molti gruppi di amiche in Irlanda di avere un libretto dei risparmi comune e che viene usato, nel caso in cui una delle amiche rimanga incinta e voglia abortire, per pagare voli, hotel e appuntamento presso una clinica private nel Regno Unito. Sapevo di alcune donne che erano andate in UK per abortire, ma non ero minimamente consapevole di quanto diffusa fosse questa pratica (3,265 donne nel 2016), né ero a conoscenza della pratica dei risparmi comuni.

L’idea che fino a poco più di un anno fa in un paese del primo mondo come l’Irlanda, l’IVG fosse illegale mi ha fatto riflettere moltissimo su quanto diamo per scontato moltissimi diritti, e su quanto siano precarie le conquiste che abbiamo fatto finora.

L’impossibilità di abortire legalmente sembra perseguitare Ava, che ammette di essere sempre stata spaventata di avere relazioni sessuali con persone di sesso maschile in Irlanda per timore di restare incinta nonostante le precauzioni. A Hong Kong, questo timore sembra abbandonarla, ma non del tutto, quando intreccia una relazione con Julian.

I confini della loro relazione sono molto sfocati: Ava si trasferisce da Julian per non pagare un affitto esorbitante con una paga da fame e i due dormono assieme, sono in disaccordo su quasi tutto, ma condividono un umorismo misantropo e auto-ironico. Ava si trova in una situazione di dissonanza cognitiva in cui il suo unico amico e amante a Hong Kong rappresenta tutto ciò che lei più detesta: ricco, di famiglia alto borghese, studente a Eton e Oxford, banchiere senza scrupoli che ama i soldi più di se stesso e chiunque altro. Eppure sembra funzionare.

La figura di Julian corrisponde al Regno Unito (e in particolare all’Inghilterra), paese che nella vita di Ava è rappresentato dal suo lavoro. La dissonanza cognitiva riguarda anche questo aspetto della sua vita. Infatti Ava sa benissimo di essere stata assunta dalla scuola solo perché bianca, e nonostante il suo credo politico di sinistra non dice nulla. A scuola le viene chiesto di adottare una pronuncia inglese, di insegnare espressioni e strutture che non le sono per nulla familiari, senza poter insegnare ai bambini espressioni o pronunce irlandesi, perché ritenute inferiori. Lo sbilanciato rapporto di potere tra Irlanda e Regno Unito viene affrontato spesso nel libro, e parallelamente (anche se in altri termini) la narrazione lascia intravedere lo sbilanciato rapporto tra Ava e Julian. Questo è uno dei pochi punti in cui il romanzo mi ha fatto storcere il naso.

Certo, questa dissonanza cognitiva con cui Ava si rapporta a Julian è forse interessante da un punto di vista psicologico e caratteriale, e penso in molti possiamo rivederci in alcuni aspetti. Nel libro però viene accompagnata da una generale passività di Ava nei confronti di Julian, che porta a una situazione di stagnazione verso la fine del libro. Certo, i due discutono molto e Ava ammette più volte di nutrire sentimenti di odio nei confronti di Julian, tuttavia rimane sempre al suo fianco e qualsiasi proposta lui le faccia, lei la accetta. Ava sembra redimersi unicamente nell’ultimissimo capitolo del libro, che infatti è il mio preferito.

 Personalmente ho trovato Ava un personaggio un po’ fastidioso sotto questo punto di vista, non per il fatto che faccia scelte sbagliate, ma proprio perché mi sembra che queste scelte le vengano imbeccate dagli altri personaggi.

All’interno di questa dicotomia si inserisce un nuovo elemento, sorprendente, Edith. Nata a Hong Kong, Edith ha frequentato la scuola e l’università nel Regno Unito (Cambridge, per essere precisi, come se l’antinomia con Julian non fosse già apparente). Edith è l’opposto di Julian: cerca Ava, la ascolta, è interessata a quello che pensa e quello che vuole, la ricopre di attenzioni. Ava se ne innamora perdutamente.

Del suo passato e del suo background culturale sappiamo poco, come Ava sa poco del paese a cui corrisponde: Hong Kong. Ava infatti esplora la città ma in maniera superficiale, senza integrarsi con la popolazione (il suo gruppo di amici è composto infatti da altri immigrati come lei). Con Edith instaura un rapporto molto profondo, anche se le opinioni presuntamene omofobe dei genitori di lei le impediscono di conoscere la sua famiglia e quindi il suo passato. Edith è senza dubbio una forza positiva nel libro (e anche il mio personaggio preferito). Forte, decisa, senza peli sulla lingua, Edith legge Ava come un libro aperto. Su di lei non dirò di più perché penso sia un personaggio che va conosciuto tra le pagine del romanzo.


A caldo avevo dato a questo libro 3.5/5, tuttavia dopo averci riflettuto e dopo aver elaborato il mio pensiero, credo potrei dargli anche un 4 (quasi unicamente per l’ultimo capitolo). Rimane per me un libro molto valido, ma che non mi ha molto coinvolto emotivamente. Ve lo consiglio moltissimo se vi è piaciuto “Il mio anno di riposo e oblio” di Ottessa Moshfegh – è molto simile in quanto a carattere dei personaggi e struttura del romanzo, anche se esplora tematiche molto diverse.

In tutto ciò, io ora ho una copia in copertina rigida autografata dall’autrice di un libro che probabilmente non rileggerei. Qualcuno la vuole?

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