Recensione | ‘L’idiota’, di Elif Batuman

L’idiota è stato per me una lettura importante, anche solo per il fatto che mi ha accompagnato per gli ultimi cinque mesi. L’ho letto mentre cercavo casa, mentre organizzavo un trasloco nel bel mezzo di una pandemia, mentre dormivo su un materasso appoggiato direttamente sul pavimento di una stanza senza mobili. Ma l’ho letto anche mentre contavo i giorni che mi separavano dalla fine di una distanza durata due anni, mentre conoscevo i miei nuovi colleghi in videochiamata, mentre mi abituavo alle nuove piccole gioie condivise.

E difatti L’idiota è un libro che va letto o tutto in un sol boccone, oppure lentamente, quasi allo stesso ritmo della storia. Ora che l’ho finito posso dire di sentirmi fiera, sollevata – spesso ho pensato di abbandonare la lettura, ma più per mancanza di voglia di leggere che per altro – ma ho anche iniziato a sentire un vuoto, l’assenza di una voce amica. A Selin, la protagonista del romanzo, mi ci sono infatti affezionata molto.

Selin ha diciannove anni, è americana di origini turche, e frequenta il primo anno di Università ad Harvard. La sua è la storia di quando ti affacci all’età adulta ma senza essere né qui né lì, di quando cerchi laboriosamente di crearti un’identità tua prendendo in prestito pezzi di puzzle che non combaciano, e per giunta senza sapere quale debba essere il disegno finale. Selin è una persona sola, con una ricca vita interiore e un’occhio attento, ma una personalità a tratti quasi indolente. Nonostante la mente lucida e la lingua tagliente, tutti i suoi tentativi di comunicazione sembrano fuori fuoco.

E’ infatti ossessionata dall’idea che ci sia una radicata incomunicabilità alla base dei ogni forma di linguaggio. Siamo agli inizi degli anni 90 e Selin comincia una fitta corrispondenza elettronica con Ivàn, studente ungherese all’ultimo anno di matematica. Questa corrispondenza genera a tratti affetto e vicinanza, a tratti confusione e distacco, così Selin si affanna dietro corsi di russo, seminari di psicologia del linguaggio e manuali di linguistica nel tentativo di trovare una chiave che riesca a rendere le parole che legge ogni giorno sullo schermo del computer, finalmente trasparenti.

I read Ivan’s messages over and over, thinking about what they meant. I felt ashamed, but why? Why was it more honorable to reread and interpret a novel like ‘Lost Illusions’ than to reread and interpret some email from Ivan? […] Was it because Balzac’s novels had been read and analyzed before by hundreds of professors, so that reading and interpreting Balzac was like participating in a conversation with all these professors, and was therefore a higher and more meaningful activity than reading and email only I could see? But the fact that the email had been written specifically to me, in response to things I had said, made it literally a conversation, in the way that Balzac’s novels – written for a general audience, ultimately in order to turn a profit for the printing industry – were not; and so wasn’t what I was doing in a way more authentic, and more human?

L’idiota è stato un libro formativo per me in molti modi, uno fra tutti perché oltre che un libro è stato un amico. Selin è stata un’amica, una mente in cui potevo rifugiarmi anche solo per pochi minuti. Sapevo che qualunque cosa mi preoccupasse, mi bastava aprire L’idiota per ritrovarmi in una Boston innevata, a leggere Nina in Siberia e mangiare anacardi. Ma è stato un libro formativo anche perché mi ha fatto capire che alla fin fine, a vent’anni ci sentiamo tutti un po’ persi. E penso che il messaggio di fondo del libro sia un po’ questo: tutti ci sentiamo stupidi, inutili, goffi, e forse un po’ persi, e non esiste soluzione se non quella di continuare a provare, nonostante ci si senta idioti.

E’ un libro che a tratti mi ha ricordato molto la scrittura intima di Sally Rooney, e lo consiglio tantissimo se vi è piaciuto Persone Normali. Che dire, un giorno uscirò dal tunnel di Sally Rooney, ma oggi non è quel giorno.

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