TraDuco #5: Non toccate Samvise Gamgee

È da poco uscita la nuova traduzione de Il Signore degli Anelli che ha lasciato non pochi lettori perplessi. Il testo è stato “svecchiato” usando una lingua più moderna e sono state fatte scelte più aderenti all’originale come nella Poesia dell’Anello, dove il famosissimo verso “Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli” è stato stravolto. Ma la cosa che ha fatto più scalpore sono stati forse i nomi nuovi: Frodo e Gandalf rimangono tali, ma il caro Samvise, compagno di avventure di Frodo, è stato ribattezzato Samplicio e la Locanda del Puledro Impennato dove Frodo incontra Aragorn ha avuto un cambio di gestione e si chiama ora Cavallino Inalberato. I fan indignati sono i primi a riconoscere che parte del rigetto per questi nuovi nomi è dato dall’essere affezionati a quelli vecchi. Indubbiamente la nostalgia riveste un ruolo molto importante, ma non è l’unico fattore in gioco. Oggi vi parlo di onomastica letteraria e della sua traduzione.


Il nome proprio è forse uno degli elementi più ambigui della lingua. Difficile da classificare ma di indiscusso potere e fascino, il nome è stato per decenni oggetto di studio di numerosi linguisti. Al giorno d’oggi gli studiosi di onomastica non hanno dubbi, i nomi propri (NP) sono segmenti della lingua ricchi di senso, in grado di fornire una serie di informazioni sulla persona o sull’elemento a cui si riferiscono, come ad esempio il genere, la provenienza, la classe sociale e il livello di istruzione della famiglia; basti pensare ai bambini di nome Benito nati nel ventennio fascista e alle bambine di nome Suelle (sic) nate negli anni Ottanta. Per comprendere a pieno tali implicazioni, è necessario inserire i NP nel contesto linguistico e culturale di provenienza: Andrea, nata in Germania, non avrà probabilmente gli stessi cromosomi di Andrea, nato in Italia.

E’ proprio in virtù del loro potere comunicativo ed evocativo che i nomi vengono usati in letteratura. Non sempre si tratta di una scelta conscia da parte dell’autore o dell’autrice, ma per quanto le motivazioni dietro alla scelta di un determinato NP possano essere oscure, il NP rimane comunque uno strumento utilizzato per comunicare. Nell’onomastica letteraria possiamo infatti trovare onomatopee, riferimenti intertestuali, giochi di parole e molto altro, e questo è soprattutto vero nella letteratura per l’infanzia o nei generi fantasy e fantascienza, dove il realismo in senso stretto passa in secondo luogo.

Come approcciarsi quindi alla traduzione dell’onomastica letteraria? Le strategie sono molteplici, ma senza dilungarmi in liste mi limiterò a fare un paio di considerazioni. Come già detto, il nome rappresenta un ostacolo per il traduttore, in quanto pone diversi limiti alla traduzione. Prendiamo ad esempio il nome Snape, in italiano Piton, della saga di Harry Potter.

In primo luogo il traduttore si trova di fronte alla necessità di rendere il significato del nome trasparente per un lettore straniero. L’assonanza di Snape con snake rivela sia l’appartenenza di Snape alla casa dei Serpeverde, sia il carattere del personaggio (al serpente vengono infatti tradizionalmente associate caratteristiche negative come l’essere subdolo, viscido e generalmente volto al male). Già grazie al nome, abbiamo quindi una visione ben chiara del personaggio (o almeno come viene presentato nel primo libro). Questo significato però non sarebbe immediato per un lettore non inglese, a cui l’assonanza potrebbe non venire in mente.

Il secondo fattore in gioco, legato al primo, è la pronuncia. Se date in mano a un bambino di 10 anni un libro in cui un personaggio si chiama Snape, il bambino nella sua testa lo leggerà snàh-péh (e diciamocelo, è capitato a tutti di renderci conto anni dopo che un nome non si pronunciava come noi pensavamo!). L’effetto è chiaramente molto diverso e snaturante rispetto all’intenzione originale dell’autrice.

Il terzo punto da considerare è la questione della plausibilità. Questo fattore è meno rilevante in casi come Il Signore degli Anelli, dove i nomi vengono inventati dall’autore, anche se in questi casi possono entrare in gioco significati nascosti o inseriti inconsapevolmente. Il fattore plausibilità però riveste un ruolo principale in opere ambientate nel mondo reale. Tornando al caso di Snape, la saga di Harry Potter è ambientata nel Regno Unito, cosa che risulta chiara ai lettori anche più giovani. Non avrebbe senso quindi ribattezzare Snape con il nome di Professor Serpente (o varianti sui generis), in quanto si tratterebbe di un professore di nazionalità inglese, che vive nel Regno Unito, ma con un nome italiano (non che ciò sia impossibile, sia ben chiaro, semplicemente non così per questo personaggio). Per questo motivo e per altri, Silente è forse una delle scelte meno riuscite nell’onomastica italiana di Harry Potter.

Nella prima storica traduzione della saga, Snape è stato tradotto come Piton. Personalmente, trovo che questo sia un ottimo esempio di una strategia traduttiva molto efficace che le prime traduttrici della saga hanno usato per quasi tutti i nomi. Si parte da una radice che ripropone lo stesso concetto dell’originale: in questo caso, invece di serpente (snake) abbiamo un iponimo, pitone. Questa radice viene poi modificata per farla sembrare più anglofona, in questo caso togliendo l’ultima vocale (la stessa tecnica è stata usata per granito > McGranitt), ma mantenendo sempre una pronuncia accessibile per un lettore italiano. Certo, Piton non è veramente un cognome inglese, ma la plausibilità è in realtà un parametro abbastanza flessibile, e spesso e volentieri i nomi, soprattutto della letteratura per l’infanzia, non vengono sottoposti a uno scrutinio eccessivo.

Il risultato è un nome dal significato trasparente ma dalla forma (almeno a primo acchito) plausibile.

Questa di certo non va considerata come una regola d’oro applicabile in ogni caso: ogni contesto letterario ha delle condizioni specifice che il traduttore deve prendere in considerazione. Tuttavia è un ottimo esempio di come l’onomastica letteraria sia un ambito della traduzione molto delicato, dove spesso una scelta dicotomica tra traduzione letterale o mantenimento in lingua originale non porta risultati soddisfacenti.

Se vi interessa approfondire, in particolare l’onomastica di Harry Potter, vi consiglio Denominazioni proprie e traduzione di Maurizio Viezzi (Edizioni Universitarie di Lettere Economia e Diritto). Viezzi è uno studioso di traduzione, ma il testo è di stampo divulgativo e scritto in un modo molto accessibile.

Se quindi anche voi siete fra quelli che sono rimasti sconvolti dalla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli, perché non vi piace? Oltre alla nostalgia, quali fattori entrano in gioco?

This is M signing out for now! ✨