TraDuco #4: Toc toc! Chi è? Il Traduttore Formaggino

A good translation is like a pane of glass. You only notice that it’s there when there are little imperfections— scratches, bubbles. Ideally, there shouldn’t be any. It should never call attention to itself.

Norman Shapiro, illustre traduttore e teorico della traduzione, definisce la traduzione come una lastra di vetro, il cui obiettivo è essere talmente trasparente e liscia da passare inosservata. Di solito infatti ci accorgiamo di star leggendo una traduzione solo quando ci salta all’occhio qualche piccola imperfezione. Anzi, spesso e volentieri quando leggiamo le traduzioni non pensiamo al testo come una traduzione di tale libro, ma come una copia virtualmente identica del libro stesso; diremmo “Sto leggendo Anna Karenina”, e non “Sto leggendo Anna Karenina a opera di Leone Ginzburg traduzione del romanzo russo Aнна Каренина“. Ci sembrerebbe ridicolo andare in libreria e acquistare Anna Karenina di Leone Ginzburg, con magari una nota su Tolstoj nascosta negli anfratti del colophon. Eppure non c’è nessun motivo (se non culturale) per cui questo ci sembra sbagliato.

È in questi casi che si parla di invisibilità del traduttore, di un traduttore fantasma che c’è ma non si nota. Giusto giusto per Halloween! Vi avevo promesso o no un articolo spooky?


“La vuole un’imitazione di
Matteo Renzi, P-P-Potter?”

Quando si parla di invisibilità del traduttore non è Shapiro a venire menzionato (se non per quella frase stessa frase che ho citato io, che fa molto d’effetto), ma Lawrence Venuti, altro teorico della traduzione. Venuti (che tra l’altro sembra il figlio di Maurizio Crozza e il professor Raptor di Harry Potter, cannot unsee) ha pubblicato nel 1995 un testo che è ormai entrato a far parte del canone dei translation studies: The Translator’s Invisibility. Questo testo, poi rivisto e ripubblicato nel 2008, esplora e mette in discussione il concetto di invisibilità del traduttore: cosa vuol dire essere invisibile? E perché è una pratica così diffusa?

Bisogna innanzitutto fare una distinzione tra i due significati, o le due facce, dell’invisibilità, strettamente interconnesse. Da una parte per invisibilità si intende la manipolazione del testo letterario da parte del traduttore al fine di creare un illusione di originalità; dall’altra si intende il modo in cui le traduzioni vengono lette e valutate, e di conseguenza lo status del traduttore, nella cultura anglofona contemporanea. Vorrei precisare che, per quanto Venuti faccia un discorso legato al mercato US-UK, e sebbene è vero che ci siano differenze nelle pratiche traduttive tra le diverse culture, molte delle idee espresse sono in realtà universali.

Tornando ai due significati di invisibilità, il termine chiave in entrambi i casi è fluency, che in questo contesto potremmo tradurre con scorrevolezza. Partiamo dalla seconda definizione, quella di pratica culturale: per un lettore contemporaneo (e quindi anche per chi commissiona e valuta la traduzione, come case editrici, revisori e critici letterari) un testo tradotto è di buona qualità quando scorre, quando ovvero non ci sono segnali che il testo che si sta leggendo è un testo tradotto. In breve, il traduttore deve cancellarsi per lasciar trapelare l’autore e una buona traduzione deve dare l’impressione di essere il testo originale.

A translated text […] is judged acceptable by most publishers, reviewers, and readers when it reads fluently, when the absence of any linguistic or stylistic peculiarities makes it seem transparent, giving the appearance that it reflects the foreign writer’s personality or intention or the essential meaning of the foreign text—the appearance, in other words, that the translation is not in fact a translation, but the “original.”

Per rendere un testo scorrevole il traduttore deve quindi eliminare tutte quelle che sono le peculiarità e le idiosincrasie del testo di partenza. L’obiettivo in questo scenario è quello di rendere il testo il più leggibile possibile, modulando lo stile sulla base delle pratiche stilistiche della lingua di arrivo, sostiuendo i riferimenti culturali e dando un’interpretazione specifica a un testo magari volutamente vago. Così facendo il traduttore manipola il testo per avvicinarlo al lettore di arrivo, per renderlo scorrevole e naturale.

Ecco quindi come le due facce sono interconnesse: il traduttore manipola il testo per renderlo più scorrevole, perché sa che solo così verrà accettato come una “buona traduzione”; e più questa pratica si diffonde, più nella mente dei lettori si rafforza l’equazione traduzione scorrevole = buona traduzione. I due fenomeni si alimentano l’un l’altro.

Translation is a process by which the chain of signifiers that constitutes the source-language text is replaced by a chain of signifiers in the target language which the translator provides on the strength of an interpretation.

Risulta chiaro quindi come in realtà il traduttore intervenga sul testo, spesso anche piuttosto estensivamente. Questo è dovuto, secondo Venuti, al fatto che in realtà sia la traduzione, che in realtà anche il testo di partenza, siano testi “derivati”. Se avete seguito questa rubrica, l’idea che la scrittura altro non sia che una forma di traduzione non vi sarà nuova. Come il testo originale era una combinazione delle idee, dei riferimenti culturali e delle pratiche di scrittura in voga nella società in cui il testo e stato creato, così la traduzione risente delle stesse influenze linguistico-culturali nella società di arrivo.

Venuti non è di certo il primo a individuare questo legame. Già gli studiosi appartenenti alla cosiddetta Manipulation School (un filone di pensiero che ha preso piede nei translation studies attorno agli anni Settanta) avevano approfondito il forte legame che intercorre tra traduzione e “patronato” (ovvero l’insieme di ideologie, pratiche e istituzioni che influenzano la traduzione). Tuttavia, se questi studiosi si limitavano a descrivere questo legame, senza esprimere giudizi prescrittivi a riguardo, Venuti si espone criticando aspramente tutte le pratiche che costringono il traduttore all’invisibilità.

Venuti arriva a parlare di una violenza, che secondo lui starebbe al centro della pratica traduttiva. Il traduttore, infatti, si concentrerebbe sull’obiettivo di rendere il testo scorrevole, rimuovendo tutto ciò che nel testo rimanda alla cultura di partenza, e sostituendolo con rimandi alla cultura di arrivo. Non si tratta quindi solo di una perdita, ma di una vera e propria deformazione etnocentrica del testo. Venuti chiama questa pratica domestication (spesso tradotto in italiano con “addomesticamento”), mentre la pratica opposta viene chiamata foreignisation (“straniamento”).

Mi sento qui di fare una precisazione sulla relazione scorrevolezza-violenza etnocentrica (vista e considerata soprattutto la mia annosa battaglia contro i calchi traduttivi). Venuti non vuole criticare la creazione di un testo stilisticamente corretto, e nemmeno si batte per la traduzione “letterale” del testo. Per domestication Venuti intende tutti i casi in cui il testo presenta elementi estranei (come dialetti, riferimenti culturali, o stili non convenzionali) che in traduzione vengono annullati e standardizzati secondo le norme canoniche della linguacultura di arrivo. È quello che succede per esempio quando i socioletti letterari scompaiono in traduzione.

Il metodo straniante, molto chiaramente preferito da Venuti, va al contrario a evidenziare quelle che sono le peculiarità linguistico-culturali del testo di partenza, e lo fa creando scompiglio nelle norme linguistico-culturali del testo di arrivo. L’esperienza di lettura che ne deriva è meno confortante e spesso turba il lettore in quanto lo mette di fronte a qualcosa di estraneo e sconosciuto. Tuttavia ciò è necessario per rispettare l’elemento estraneo del testo, per dare veramente voce all’altro. Per Venuti, questa strategia è non solo preferibile, ma anche necessaria nel contesto culturale odierno in cui la cultura anglo-americana è dominante e tende quindi a omologare a sé tutto ciò che viene percepito come estraneo.

[T]he translator [can] choose between a domesticating method, an ethnocentric reduction of the foreign text to target-language cultural values, bringing the author back home, and a foreignizing method, an ethnodeviant pressure on those values to register the linguistic and cultural difference of the foreign text, sending the reader abroad.

Venuti individua un possibile motivo dietro questa pratica, ossia il concetto di paternità individualistica del testo, diffuso nella cultura occidentale contemporanea. Secondo questa visione, l’autore è l’unico e solo proprietario del testo, che è l’originale e accurato riflesso del suo pensiero. Di conseguenza, la traduzione viene relegata a copia di second’ordine. Per evitare tutte le connotazioni negative (di brutta copia o falso) che ne derivano, la traduzione si pone quindi l’obiettivo di apparire il più possibile naturale, come se il testo fosse stato scritto direttamente in quella lingua e in quel determinato contesto culturale. Molti traduttori, infatti, nel descrivere la propria attività, parlano di un’immedesimazione con l’autore, un annullamento di sé per poter prendere la voce di un altro. I traduttori dichiarano di fungere da autori, senza però poter riconoscere la piena paternità del testo tradotto.

Anche dal punto di vista legale, il traduttore vive in un’area grigia di (non)-paternità dell’opera. La traduzione viene infatti spesso riconosciuta come opera del traduttore, tuttavia sono l’autore e la casa editrice del testo originale a detenere il controllo sull’opera tradotta, ovvero a permetterne la traduzione con determinati termini e condizioni. Inoltre, mentre l’autore ha diritto a ricevere delle royalty sull’opera pubblicata, il traduttore spesso e volentieri viene pagato a parole o a cartelle (più o meno come il traduttore di un manuale per l’aspirapolvere) e spesso non gli spetta alcuna royalty per l’opera tradotta.

La call to action di Venuti (c’è proprio un capitolo con questo titolo) è quella di dare al traduttore il riconoscimento che gli spetta, ovvero quello di autore di un testo autonomo, e dello stesso valore del testo originale. Se l’opinione del pubblico riconosce la traduzione come testo dal valore intrinseco, e non solamente come una riproduzione trasparente del testo originale, il traduttore avrà maggiori libertà di creare un testo straniante.

Personalmente, nonostante non sia una grande fan delle teorie prescrittive (Descriptive Translation Studies for lyfe), non posso che dar ragione a Venuti su questo punto. La traduzione è un testo autonomo e il traduttore ne è pieno autore. Soprattutto in linguaculture dominanti come quella anglofona, la traduzione è un medium importantissimo per mettere il lettore di fronte a culture marginali ed estranee, soprattutto considerato che le traduzioni sono ora una fetta sempre più crescente del mercato editorale UK/US e si riscontra sempre più interesse nel pubblico per la letteratura straniera.

Anche in Italia vediamo dei passi avanti: il nome del traduttore/della traduttrice sta facendo capolino, molto timidamente, nella seconda di copertina, o addirittura in copertina anche se meno spesso. Nelle comunicazioni degli uffici stampa (anche sui social media) è sempre più comune vedere menzionato il traduttore/la traduttrice. (Ah, tra l’altro un discorso a parte andrebbe fatto su come la traduzione sia stata storicamente un lavoro di seconda categoria, e quindi da donne!) Sono piccoli passi, è vero, però mi fa piacere vedere che stiamo andando nella direzione giusta e spero che presto potremmo alzare il lenzuolo e riconoscere il ruolo importantissimo che i traduttori hanno avuto e hanno in letteratura.

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