TraDuco #3: Ma Hagrid parla strano?

Se siete anche solo un minimo appassionati a Harry Potter, conoscerete di sicuro una delle frasi più famose del primo libro: “Yer a wizard, Harry” e di certo non serve essere dei maghi dell’inglese per capire che “yer” sta per “you’re”. Questo perché in originale Hagrid parla una variante sociolettale inglese medio-bassa, non istruita e con forti cadenze dialettali regionali (non preoccupatevi, spiegherò tutto a tempo debito). Ebbene sì, in originale Hagrid parla strano. Tuttavia, se avete letto Harry Potter solo in italiano (come la sottoscritta) questa informazione potrebbe risultare una sorpresa visto che in traduzione Hagrid parla un italiano corretto, con una pronuncia impeccabile (“Tu sei un mago, Harry”). In questo post cercherò di spiegare perché i socioletti sono importanti e perché la loro traduzione corretta è altrettanto importante. A parte questo piccolo dettaglio, però solo amore per la prima traduzione di Harry Potter, se non siete d’accordo ci si becca fuori di qui.


Prima di tutto è d’obbligo una domanda: cosa si intende per socioletto ? Lane-Mercier (citata in Campanini 2003:182) lo definisce come “the textual representation of ‘non-standard’ speech patterns that manifest both the socio-cultural forces, which have shaped the speaker’s linguistic competence and the various socio-cultural groups to which the speaker belongs or has belonged”. Ovvero si tratta di tutte quelle caratteristiche non standard che rivelano l’appartenenza socio-culturale di un parlante. Questa definizione può essere applicata anche ai personaggi di opere letterarie, diventando così socioletto letterario. Per cui se per esempio un personaggio fa grossi errori grammaticali possiamo intuire che sia poco istruito, se usa il complemento oggetto preposizionale (“Ho incontrato a Gianni”) possiamo pensare che sia del Sud Italia, se usa termini come “bombare” o “rollare” invece apparterrà a una generazione giovane.

E’ bene notare, tra parentesi, che sarebbe più corretto parlare di idioletto, ovvero del gruppo di caratteristiche non standard che caratterizza il modo di parlare del singolo parlante. Ognuno di noi parla in un modo caratteristico, una specie di impronta digitale linguistica. Tuttavia, a parte casi eccezionali (vedi per esempio Holden de Il giovane Holden, il cui idioletto è unico nel suo genere), l’idioletto di un personaggio corrisponde sostanzialmente al suo socioletto. Ovvero, se vengono introdotti elementi non-standard, questo è voluto dall’autore per comunicare un’informazione (l’appartenenza socio-culturale) riguardo a quel determinato personaggio.

Tornando brevemente a Harry Potter, sappiamo che Hagrid è stato cacciato da Hogwarts durante il suo terzo anno, falsamente accusato di aver aperto la Camera dei Segreti. E’ stato poi riammesso in qualità di guardiano, ma senza comunque poter proseguire gli studi né compiere alcuna magia (almeno ufficialmente). Difatti il suo socioletto riflette perfettamente la sua condizione sociale di mezzosangue di ceto medio-basso e scarsamente istruito. Ecco un altro esempio, tratto sempre da La pietra filosofale :

“‘Las’ time I saw you, you was only a baby,’ said the giant. ‘Yeh look a lot like yer dad, but yeh’ve got yer mum’s eyes.'”

Queste caratteristiche non-standard si possono riscontrare su vari livelli (morfologico, lessicale, sintattico) . Nell’esempio riportato sopra troviamo la pronuncia poco articolata di last e l’uso di was al posto di were per la seconda persona singolare; e poi l’uso delle forme dialettali yeh/yer, come già visto. Tutti questi sono indicatori, il cui scopo è quello di mimare realisticamente il comportamento linguistico di un determinato gruppo sociale. Vengono tuttavia selezionati e inseriti con perizia dall’autore, di modo da ottenere il massimo del realismo, mantenendo comunque la leggibilità del testo (Campanini 2003: 183).

Perché dunque è importante curare la traduzione dei socioletti? Spesso infatti quando leggiamo un libro non ci accorgiamo (almeno consciamente) di questa caratteristica stilistica, e se leggiamo un libro in una traduzione in cui non sono presenti, non ne sentiamo la mancanza. Tuttavia questo non vuol dire che i socioletti non siano importanti scelte stilistiche, anzi. Bachtin (1980: 10) arriva a dire che la presenza di diversi socioletti, che lui chiama polifonia, è la quintessenza della prosa romanzesca da Dostoevskij in poi. Proprio nella coesistenza di diverse voci, infatti, il romanzo acquisirebbe significato, e quindi il contenuto e la forma del romanzo sono inscindibili: è proprio attraverso uno stile polifonico che il romanzo trasmette il suo messaggio di fondo e raggiunge il suo obiettivo di descrivere la realtà.

[Il romanzo è] un fenomeno pluristilistico, pluridiscorsivo, plurivoco.

Come fare quindi per tradurre i socioletti? Ci sono tre strade principali:

1 Sostituire il socioletto della lingua di partenza con uno della lingua di arrivo. Per esempio, come abbiamo visto Hagrid parla un socioletto marcato regionalmente; per la precisione, ha un accento del West Country, ovvero sud-ovest dell’Inghilterra. Un traduttore potrebbe quindi decidere di tradurlo in italiano con una parlata regionale, per esempio piemontese. Può sembrare ridicolo immaginarsi Hagrid che parla piemontese, però questa è una scelta in realtà molto diffusa, basti pensare a I Simpson dove il giardiniere Willy (originariamente scozzese) parla con un accento sardo e il poliziotto Winchester (originariamente di New York) parla con un accento napoletano.

Se ci si ferma a pensare, tuttavia, risulta chiaro come questa scelta sia in realtà una violenza etnocentrica che distorce il testo. Per di più, la traduzione perde di credibilità: cosa ci fa un piemontese in Inghilterra?

2 Eliminare ogni caratteristica sociolettale e ridurre la parlata di tutti i protagonisti ad un’unica lingua standard. Come abbiamo visto, questa è stata la scelta della traduttrice nella prima traduzione di Harry Potter: Hagrid infatti parla un italiano corretto e dall’accento neutro. E’ una soluzione diametralmente opposta alla prima, ma ugualmente snaturante in quanto porta all’appiattimento della polifonia.

Questa è però anche la scelta generalmente prediletta, in quanto priva di complicazioni: normalizzando tutti i socioletti e uniformandoli alla lingua standard, non si vanno a creare i problemi di stile e coerenza della prima opzione. Recentemente, almeno in Italia, si vedono però degli sforzi in direzione di una terza opzione.

3 Utilizzare una varietà non standard della lingua di arrivo, ma il più possibile scevra di specifiche connotazioni regionali. Se è vero infatti che ogni parlata regionale ha le proprie caratteristiche, è anche vero che tutte le parlate informali hanno molte caratteristiche in comune. In italiano, queste sono per esempio: apocope (“son stanco” al posto di “sono stanco”), aferesi (“‘sta mattina” al posto di “questa mattina”) , l’indicativo al posto del congiuntivo, il che polivalente, rafforzativi come “mica”. Selezionando questi indicatori il traduttore può quindi affrontare la polifonia sia a livello micro testuale – rispondendo quindi alle necessità traduttive dei singoli atti linguistici – sia a livello macro testuale – creando quindi un vero e proprio sistema polifonico.

Il principale vantaggio di questa scelta è chiaramente la non marcatezza del socioletto in traduzione. Si vanno ad evitare quindi tutte le problematiche della prima opzione, pur traducendo i socioletti senza appiattirne la polifonia come nella seconda opzione. Lo svantaggio (se così si può definire) è il minore realismo: il socioletto prodotto sarà infatti artificiale. Tutti noi infatti quando parliamo riveliamo la nostra provenienza (questo è particolarmente vero per l’italiano, che è una lingua relativamente giovane) quindi nessuno nella vita reale parlerà mai un socioletto sub-standard privo di connotazioni regionali. Tuttavia è necessario ricordare che anche il socioletto nel testo originale è artificiale, anche se in misura minore.

Per concludere, è bene ricordare che la traduzione non è una scienza esatta. Spesso e volentieri, infatti, la strategia giusta non esiste, esiste soltanto la strategia meno peggio. Questo può sembrare triste o sconfortante, ma va accettato se si vuole fare traduzione. Certo, non esiste un modo perfetto di tradurre i socioletti, ma esiste una strategia, la terza, che, se usata con intelligenza, porta a risultati ottimi.

E’ tutto per questo terzo post della rubrica TraDuco! Siamo ormai a metà della rubrica, quindi se avete in mente argomenti in particolare che vorreste vedere approfonditi lasciatemi pure un messaggio qui o su Instagram. La rubrica torna fra un mese con un post molto spooky 👻

This is M signing out for now! ✨

Bibliografia:

  • Bachtin, M. (1980) Dostoevskij. Poetica e stilistica, terza edizione. Trad. di Giuseppe Garritano. Torino, Giulio Einaudi editore.
  • Campanini, S. (2003) “La traduzione del romanzo polifonico. Tre versioni italiane di Hard Times di Dickens” in Miscellanea 5. Trieste, Edizioni Università di Trieste, pp. 175-188.

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