TraDuco #2: Perché la terra dei calchi è la terra dei calchi

Quante volte in un libro (magari nel’ultimo YA tanto in voga sull’internets *ahem*), avete letto l’aggettivo “fottuto”? Qual è l’ultima volta che avete usato l’aggettivo “fottuto” nella vita reale, come coloritura spregiativa? Ecco. Benvenuti alla prima sessione di terapia di gruppo per chi non sopporta i calchi di traduzione. Mettetevi comodi, o forse è il caso di dire: afferrate una sedia.

Prima di iniziare a calciare culi e prendere nomi (ho il permesso di usare i calchi se poi mi autodenuncio?) vorrei fare una breve premessa. Questo articolo non vuole essere una valorosa difesa della pura lingua italiana contro il malvagio nemico oltralpe né una stoccata contro i giovani d’oggi che usano tutte quelle astruse parole inglesi e non sanno usare il congiuntivo e dove andremo a finire. La lingua italiana (intesa come lingua parlata attivamente da madrelingua) è una lingua molto giovane e sta attraversando al momento un’adolescenza piuttosto turbolenta, che però ritengo non vada giudicata in modo negativo. Tuttavia, in casi come il testo letterario in cui la lingua e lo stile la fanno da padrone, ritengo che sia importante mantenere un certo livello qualitativo della lingua italiana, anche perché è un po’ ignobile far pagare 18 € per usufruire di un testo che sembra scritto da mio cuggino Pino che ha fatto il lavapiatti a Londra per tre mesi. Se lo sapevo, facevo prima a comprarmi il libro di Francesco Sole.

Detto questo, vorrei iniziare facendo una distinzione tra i concetti di prestito e calco. Se siete interessati ad approfondire vi rimando a questo articolo della mirabolante Licia Corbolante di Terminologia etc., che ne sa a pacchi. Se no, vi basti sapere che un prestito è una parola straniera che viene importata in un’altra lingua. Può essere integrato, come quasi tutti i prestiti più datati (ad esempio bistecca da beefsteak), o non integrato, come sono spesso i prestiti più recenti (computer, week-end, privacy etc.) . Al contrario un calco è l’uso di elementi (spesso lessicali ma alle volte anche morfosintattici) di una lingua per ricalcare le strutture della lingua straniera.

Due sono i principali tipi di testo in cui un lettore medio incontra i calchi: gli articoli di giornale e i libri tradotti. Questo perché entrambi sono, più o meno esplicitamente, frutto di traduzione e hanno quindi una connessione stretta con una lingua altra. “Ma gli articoli di giornale non sono traduzioni – direte voi – sono scritti originariamente in italiano.” Sì, ma i giornalisti leggono le notizie da fonti come agenzie di stampa straniere, perlopiù inglesi, e le “traducono” mentalmente per poi riscriverle per un pubblico italiano. Si chiama covert translation o traduzione nascosta, e ha contribuito alla nascita del linguaggio giornalistico.

Ma bando alle ciancie, ecco quindi alcuni esempi di calchi tratti dalle mie recenti letture. Tra i calchi più comuni ci sono quelli lessicali, magari per tradurre espressioni non molto trasparenti. In Elinor Oliphant sta benissimo (trad. Stefano Beretta) figurano quindi dei “lumini da tè” (tealights), che altro non sono che semplici “lumini”, come quelli che si trovano nelle chiese; e figura anche una “tovaglietta da tè” (teatowel), che invece è lo strofinaccio da cucina. È vero, agli inglesi piace il tè, ma non tutto è “da tè”! In La bella burocrate (trad. Cristina Pascotto) possiamo invece imbatterci in un poeticissimo “volo di gradini” (flight of stairs) che sarebbe risultato molto meno pericoloso se fosse stato tradotto correttamente come “rampa di scale”.

Sotto questa categoria figurano anche le espressioni idiomatiche e i modi di dire, di cui magari sul momento non si conosce il corrispettivo italiano e che quindi si traduce letteralmente. In Va’, metti una sentinella (trad. Vincenzo Mantovani) la protagonista sceglie la “strada sassosa dello zitellaggio” (rocky road), così sassosa che potremmo osare definirla, in un italiano più idiomatico, un'”ardua via”. In Il mago della foresta (trad. Ginevra Massari) il protagonista viene fatto entrare a udienza nella stanza del colonnello con l’invito: “sii il mio ospite” (be my guest), espressione che anche Disney ha evitato di tradurre letteralmente nel lontano 1991; “accomodati” sarebbe bastato, non ci crede? Chieda al piatto!

Infine, i calchi più subdoli sono i calchi di natura pragmatica, ovvero di quelle espressioni pragmatiche che magari hanno un significato anche piuttosto trasparente, ma che in realtà semplicemente “non si dicono”, ovvero non sono in uso. Sempre in La bella burocrate, una barista chiede alla protagonista “Cosa sarà?” (What will it be?) che in inglese americano viene usato per chiedere gli ordini. Mentre in Elinor Oliphant troviamo un bizzarro “La ringrazio molto per il suo tempo” (Thank you very much for your time), che magari andrebbe sostituito con un “Grazie della disponibilità”.

E a propsito, anche l’uso eccessivo degli aggettivi possessivi (mio, tuo, suo) è un calco. In inglese li trovi ovunque come il prezzemolo, in italiano invece spesso e volentieri li omettiamo (a meno che non siano necessari per il significato della frase) o li sostituiamo con un pronome dativale; diremmo: “Mi ha toccato la mano” invece di “Ha toccato la mia mano”.

A questi si aggiungono tantissime espressioni che provengono anche dal doppiaggese (la lingua dei doppiaggi) e in quel contesto sono dovute alla somiglianza del labiale: “assolutamente” (absolutely) dove a noi magari verrebbe più naturale dire “sì, certo”, o “già” per yes/yeah. Il doppiaggese e il traduttese sono molto influenti, e alcuni calchi et similia si sono ormai affermati nella lingua, tanto che spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Realizzare con il significato di “rendersi conto” è un calco di to realise; originariamente, infatti, il verbo italiano aveva solo il significato letterale di “rendere reale, creare”. Stesso discorso vale per supportare con il significato di “sostenere, assistere” (dall’inglese to support) che originariamente aveva solo il significato non figurato di “sostenere”.


Una domanda sorge quindi spontanea: perché vengono introdotti i calchi di traduzione? Un primo motivo è sicuramente la non comprensione o la mancanza di conoscenza da parte del traduttore. Questo è vero particolarmente per le traduzioni più datate, quando il traduttore doveva fare affidamento solo su dizionari cartacei, la propria conoscenza enciclopedica, e forse la possibilità di corrispondere (anche se con tempi molto lunghi) con conoscenti madrelingua. Un traduttore non è un vocabolario e non ci si può aspettare che sappia tutto, quindi se si trova di fronte a un’espressione sconosciuta senza poter avere riscontro del suo significato, ci si può aspettare che traduca al meglio delle proprie capacità, ma magari creando un calco.

Questa motivazione però non sta in piedi nell’era di Google, dove è possibile avere accesso a moltissimi glossari, database online e forum dove contattare madrelingua in pochissimi secondi. Sopravviene però la fretta, imposta da chi commissiona la traduzione, di avere un testo pronto in tempi brevissimi e quindi accorciare i tempi dedicati alla ricerca e alla revisione. Quindi se il traduttore non conosce un’espressione, o sul momento non gli viene la traduzione in italiano, mette giù un calco e passa oltre. Se una volta erano gli stessi traduttori a proporre le traduzioni alle case editrici, spesso proponendo le proprie tempistiche, oggi invece i traduttori editoriali (come spesso anche gli autori stessi) hanno scadenze molto strette da rispettare. E se l’opera in questione è un caso editoriale, bisogna sfruttare il momentum e pubblicarla il più presto possibile.

Non intendo puntare il dito su nessuno, però vorrei tornare a una considerazione iniziale: il libro è un prodotto di mercato, e come tale ha un prezzo. Nel mettere un libro sul mercato si richiede al lettore di pagare per un prodotto che dovrebbe essere di qualità, ma che spesso non è. Il tutto diventa un circolo vizioso, perché più il lettore medio legge libri tradotti male, più si abitua a passare oltre a certi errori o stonature. Dopotutto, mentre leggiamo il nostro cervello è spesso più interessato a capire il senso del testo, e quindi è ben contento di soprassedere a espressioni sgrammaticate o bizzarre.

Tuttavia questa non deve essere una scusa per continuare a produrre e mettere in vendita prodotti di qualità sub-standard, prezzati spesso e volentieri anche a 18/20€ a copia. Anche perché, come si vede dagli esempi sopracitati, non stiamo parlando del romanzo d’esordio di Pippo Laqualunque pubblicato dalla casa editrice La Ginestrella, ma spesso e volentieri anche di libri piuttosto famosi pubblicati da grossi nomi dell’editoria italiana. La cosa più frustrante è che molti dei calchi sono così evidenti che una semplice rilettura a voce alta (fa la differenza, credetemi!) li farebbe saltare all’occhio a chiunque.

A parer mio, si dovrebbe agire su due strade. La prima è considerare la traduzione come una professione (cosa che peraltro è!) e quindi richiedere che i traduttori abbiano titoli di studio, qualifiche ed esperienza. No, non basta aver una triennale in Lingue e Letterature Straniere e un semestre sfondarsi fish and chips all’Università di Hull per considerarsi magicamente traduttori, come non basta saper avvitare un bullone per considerarsi idraulici. (Anche se magari durante l’Erasmus lo impari pure che teatowel significa strofinaccio!)

La seconda è quella di dare il tempo necessario alla ricerca sì, ma anche e soprattutto alla revisione. Perché nessuno in Garzanti ha letto Elinor Oliphant e si è chiesto: “Ma com’è che sto scemo asciuga i piatti con una tovaglietta da tè?”; e perché nessuno in Fanucci ha storto il naso a “sii il mio ospite”? Chiamatemi cattiva, ma questo per me è inaccettabile.

Cosa possiamo fare noi lettori? Sicuramente notare i calchi nelle nostre letture e – se abbiamo una piattaforma come un blog, una pagina Instagram o un profilo Goodreads – parlarne pubblicamente, senza aver paura di fare nomi. Insomma, esserne più consapevoli e rendere gli altri più consapevoli.

Ecco. Fine della terapia di gruppo. Ora faccio un respiro profondo e torno buona.

Magia! La settimana prossima sarò in vacanza, quindi il blog si prende una pausa, e tornerà più buona, generosa e rilassata che mai il 19 settembre on il secondo post della serie TransPitch!

This is M signing out for now! ✨

One Comment Add yours

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s