TraDuco #1: What Do You Meme?

Translations are survival machines for memes.

Così si apre il saggio Memes of Translation del teorico della traduzione britannico Andrew Chesterman, pubblicato per la prima volta nel 1997. Questa affermazione viene seguita da un condivisibilissimo “Memes?, come se lo stesso Chesterman fosse consapevole di quanto la sua affermazione possa risultare bizzarra. Sì, proprio di meme parliamo, anche dei meme che troviamo su internet, perché quei meme beh, sono… un tipo di meme. Sto rendendo il tutto ancora più confuso, lo so, quindi iniziamo dall’inizio.

Cosa intendiamo per meme? A coniare il termine è stato il biologo inglese Richard Dawkins nel saggio The Selfish Gene (1976), il quale voleva trovare un equivalente lessicale di gene che fosse applicabile alla sociologia. Dawkins infatti ritiene che alcuni fenomeni culturali siano soggetti alle stesse leggi darwiniane dell’evoluzione a cui sono soggetti i geni. Così è come il termine meme viene definito nella sua prima apparizione (1976):

[A meme is] a unit of cultural transmission, or a unit of imitation. […] Examples of memes are tunes, ideas, catch-phrases, clothes fashion, ways of making pots or building arches.

Dawkins sostiene che proprio come i geni si moltiplicano e si propagano attraverso i nostri corpi attraverso la riproduzione, così anche i meme (o forse dovrei dire memi?) si propagano attraverso i nostri cervelli tramite processi di imitazione. Infatti è proprio dalla radice greca di μίμησις (mìmesis), ovvero imitazione, che Dawkins ha ricavato prima mimeme e poi il più memorabile meme (che fortuite assonanze!). Se una persona X infatti ha un’idea e la condivide con altre tre persone, queste tre persone la elaboreranno, talvolta apportando dei cambiamenti, e poi la propagheranno a loro volta, creando una rete di idee condivise che sono l’una l’imitazione dell’altra.

Le idee diventano meme quando vengono replicate e le meme vincenti sono quelle che alla lunga sopravvivono, proprio secondo la teoria del “survival of the fittest” di Darwin. Dawkins porta ad esempio l’idea di Dio, oppure l’idea della stessa teoria darwiniana. Persone diverse avranno concezioni leggermente diverse di quella che è la teoria darwiniana (a seconda di una maggiore o minore istruzione in questo ambito) ma esiste comunque un denominatore comune, una concezione base della teoria darwiniana che esiste nella gran parte dei nostri cervelli, ed è quindi considerabile un meme.

In questo senso, i meme che troviamo su internet sono un tipo di meme. Sono infatti immagini a cui è connessa un’idea di fondo, spesso ironica o divertente. Queste immagini vengono replicate, apportando piccole modifiche (viene cambiato il testo o protagonisti del meme) ma mantenendo intatta l’idea di fondo, lo spirito di quel particolare meme. (Se sentite il bisogno di approfondire gli intricati risvolti antropologici di questo fenomeno culturale, sappiate che l’università californiana UC Berkeley ora offre un corso di laurea in meme.)

Cosa c’entra la traduzione? Chesterman sostiene che la traduzione sia appunto un meccanismo di sopravvivenza per i meme, in quanto non fa che replicare testi (e quindi idee), diffondendoli in nuovi gruppi di menti umane. Chesterman, poi, sostiene che esistano anche dei meme sulla traduzione (quindi idee relative al processo di traduzione) che quindi, sempre grazie alla traduzione stessa, si propagano e moltiplicano nella nostra cultura. In particolare, Chesterman individua cinque super-meme, delle idee così forti e pervasive che ritornano, ostinate, anche a distanza di secoli e in diverse lingua-culture. Questi super-meme sono:

1 Source-Target (Partenza-Arrivo): l’idea che la traduzione sia uno spostamento che porta il testo da una lingua A a una lingua B. Questo concetto è riscontrabile nell’etimologia stedda della parola “tradurre”, ovvero trans, “attraverso, oltre” e ducĕre, “portare”. Chesterman però sostiene che questa idea di traduzione come movimento non sia al cento per cento veritiera. Infatti, se spostiamo un oggetto da A a B, al termine dello spostamento A rimarrà vuoto e resterà soltanto B. Tuttavia la traduzione non elimina la presenza di A, ovvero del testo di partenza. Piuttosto che di spostamento, secondo Chesterman, sarebbe quindi più corretto parlare di replica, propagazione, diffusione o, ancora meglio, di evoluzione.

2 Equivalence (Equivalenza): l’idea che, nello spostare (o ancora meglio nel replicare) un testo da A a B, questo non cambi. E’ comunemente accettato che l’obiettivo della traduzione sia l’equivalenza, ovvero che testo di partenza e testo di arrivo debbano essere, in qualche modo, lo stesso testo. Quando leggete la traduzione di un romanzo di Virginia Woolf, volete leggere quello che ha scritto Virginia Woolf, non i pensieri e le opinioni di Nadia Fusini (che, per chi non lo sapesse è una delle traduttrici storiche, di Woolf). Nella nostra mente, quindi, Gita al faro è la stessa entità di To the Lighthouse – i due testi sono one and the same.

Ma su cosa si deve basare questa somiglianza? Vari studiosi hanno diviso l’equivalenza su più livelli; in particolare mi sento di menzionare Eugene Nida, secondo cui l’equivalenza può essere formale (se si concentra sul riprodurre la formulazione del testo) o dinamica/funzionale (se si concentra sul riprodurre la stessa funzione del testo). Approfondirò questo concetto nel punto successivo.

Un classico esempio di problemi relativi all’equivalenza formale

3 Untranslatability (Intraducibilità): se l’obiettivo (ahimè utopico) della traduzione è la perfetta equivalenza tra due testi, la realtà è che la perfezione è impossibile, e infatti sappiamo tutti come alcuni significati vengano persi in traduzione (ma, stiamo attenti, alcuni vengono acquisiti!). Da qui l’idea che esistano elementi della lingua, o addirittura interi generi letterari (come la poesia), che sono considerati intraducibili. La traduzione è quindi una partita persa in partenza? Ha senso tradurre se sappiamo già che sarà impossibile raggiungere l’obiettivo stesso del tradurre? Alcuni studiosi pensano di sì. Personalmente, penso che questa argomentazione sia in primo luogo superficiale e pessimistica, e in secondo luogo priva di senso nel contesto socio-culturale in cui ci troviamo.

Superficiale e pessimistica in quanto, sebbene è vero che una completa e perfetta equivalenza tra testo di partenza e testo di arrivo sia quasi sempre impossibile, questo non vuol dire che sia impossibile raggiungere un qualsiasi grado di equivalenza. Se parliamo in particolare di traduzione tra lingue europee, il grado di comunione tra le diverse lingue e culture europee è tale che in realtà trovare equivalenti, sia formali che funzionali, è generalmente abbastanza facile e intuitivo. Le traduzioni dei romanzi che leggiamo, soprattutto se fatte da professionisti, sono quindi ottime riproduzioni del testo di partenza.

Non ha senso inoltre proporre di abbandonare in toto la pratica della traduzione. La traduzione è sempre esistita in quanto la comunicazione tra diverse lingua-culture è necessaria. La traduzione è quindi un bisogno essenziale della nostra società, e questi tipi di ragionamenti astratti perdono di senso non appena inseriti nel nostro contesto socio-culturale. L’equivalenza totale è sì utopistica, ma un’equivalenza quasi totale è in realtà spesso più che sufficiente.

Una piccola nota prima di proseguire: non si considerano intraducibili le singole espressioni che semplicemente non hanno un’equivalente formale (riprendendo sempre la terminologia di Nida) nella lingua di arrivo. Mi spiego: l’espressione inglese “The early bird catches the worm” non ha alcuna traduzione diretta in italiano (“L’uccello che arriva prima si prende il verme”?), eppure ha un suo equivalente funzionale (“Il mattino ha l’oro in bocca” o “Chi dorme non piglia pesci”), di conseguenza è traducibile, solo che con un’espressione equivalente. E’ vero invece che la poesia è il genere che risente di più dell’intraducibilità di certi elementi linguistici, in quanto in poesia l’equivalenza formale è tanto importante quanto l’equivalenza funzionale, ma di questo è meglio parlare un’altra volta.

4 Free vs. Literal (Traduzione libera vs. letterale): l’idea che, a causa delle differenze insite tra le diverse lingue, la traduzione possa essere o letterale, ossia più vicina al testo di partenza, o libera, ovvero più vicina alla lingua di arrivo. Questa dicotomia è uno dei meme sulla traduzione più datati. Ne parlava già Cicerone nel De Optimo Genere Oratorum, dove faceva una distinzione tra una traduzione da oratore (ovvero più letterale) o da interprete (ovvero più libera). Nel diciassettesimo secolo in Francia si paragonava la traduzione alla donna (un po’ sessisti questi Francesi). Fu coniato il termine belle infidèle, ovvero una traduzione bella (piacevole e scorrevole) perché vicina alla lingua di arrivo, ma infedele, in quanto distante dal testo di partenza.

Nel corso dei secoli questa opposizione è stata riproposta con moltissimi nomi (avvicinare il testo al lettore vs. il lettore al testo, addomesticamento vs. straniamento), ma il concetto è sempre lo stesso: il traduttore deve fare una scelta tra l’attenersi alla lettera o al significato. Chiaramente questa è una visione molto semplicistica della traduzione e molti altri sono i fattori da prendere in considerazione: la funzione del testo, chi commissiona la traduzione, il pubblico di arrivo, l’ideologia della cultura di arrivo, le pratiche traduttive in voga nella cultura di arrivo al momento della traduzione, solo per dirne alcune. Tuttavia, l’opposizione traduzione libera vs. letterale è ancora molto ben radicata e permea la nostra visione della traduzione.

E’ una traduzione libera (ma sbagliata) oppure letterale (ma giusta)?

5 All Writing is Translating (Ogni testo è una traduzione): l’idea che la scrittura altro non sia che la traduzione di pensieri in parole, e che quindi la traduzione interlinguistica (ovvero tra diverse lingue) altro non sia che la ri-traduzione di quei pensieri in altre parole. Ma non solo, si potrebbe sostenere che in realtà tutti i testi siano inseriti all’interno di una rete testuale globale, e che quindi nessun testo sia veramente originale.

Senza tirare fuori scheletri nell’armadio come le evidenti somiglianze tra le Canterbury Tales di Chaucer e il Decamerone di Boccaccio (spoiler alert: al tempo non sapevano cosa fosse il copyright), basti pensare a una delle domande che viene rivolta più spesso agli autori durante le interviste: quali sono gli autori che più ti hanno influenzato? E’ un’idea diffusa e accettata, infatti, che gli autori prendano ispirazione e spunto da altre opere e altri autori. Si può quindi sostenere che in realtà ogni opera letteraria altro non sia che una combinazione, riformulata, di altre opere e altre idee. Non solo la traduzione, quindi, ma anche la scrittura è un meccanismo di sopravvivenza dei meme.

Il saggio di Chesterman prosegue, approfondendo la relazione tra meme e traduzione, ma per oggi mi fermerò qui. Fatemi sapere se vi è piaciuto il post, se c’erano abbastanza meme sulla traduzione e vi è mancato il gattino birichino. Sappiate che dal prossimo mese si inizia a bitch about translation con un bel post sui calchi letterari! Fino ad allora…

This is M signing out for now! ✨

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