“Il mio anno di riposo e oblio” di Ottessa Moshfegh

Riemergo dalla mia ibernazione settimanale per parlarvi (che caso!) di Il mio anno di riposo e oblio, o meglio My Year of Rest and Relaxation, visto che l’ho letto in inglese. Vi anticipo subito che per me il libro è scattato da 3 a 4 stelline nelle ultime 20 pagine, quindi se l’avete iniziato e non vi convince, dategli tempo.

La trama che potete leggere in seconda di copertina può sembrare molto vaga: la nostra protagonista, anonima, è colta, bellissima senza alcuno sforzo, ricca da far schifo e terribilmente annoiata e urtata dalla vita. Poco dopo la morte dei suoi genitori, decide di lasciare il lavoro in una galleria d’arte di New York per imbarcarsi in quello che lei descrive come un progetto di ibernazione: imbottirsi di pillole e dormire tutto il giorno per evitare la vita.

Detta così la trama lascia un po’ perplessi. Ma quindi? 280 pagine su una ragazza ricca e annoiata che dorme? Sì e no. Sì, perché in effetti il libro è il resoconto di un intero anno nella vita della protagonista che lei passa, per la gran parte, priva di coscienza. No, perché grazie a degli espedienti intelligenti (che non vi svelerò per evitare spoiler) in realtà la trama procede piuttosto spedita e durante questo anno di “oblio” succedono non poche cose.

L’approccio della protagonista è molto realistico: la sua è una sì una rigenerazione fisica, mentale e spirituale, ma senza diventare una favoletta morale sull’abbandono dei beni terreni per raggiungere una qualche forma di nirvana.
L’obiettivo della protagonista non è quello di annullarsi per sempre, ma quello di annullarsi temporaneamente, cancellare la sua vita fino ad allora, per poi rinascere, alla fine dell’ibernazione, come una farfalla dal bozzolo.

I focused on the sound and then the universe narrowed into a fine line, and that felt better because there was a clearer trajectory, so I traveled more peacefully through outer space, listening to the rhythm of my respiration, each breath an echo of the breath before, softer and softer, until I was far enough away that there was no sound, there was no movement. There was no need for reassurance and directionality because I was nowhere, doing nothing. I was nothing. I was gone.

Molte cose mi sono piaciute di questo libro, dall’idea di base, geniale e ben sviluppata; alla rappresentazione della New York bene, superficiale, frenetica e perennemente affamata (impersonata dalla migliore amica Reva); allo stile di scrittura, riflessivo senza essere pesante, asciutto e fresco, a tratti persino poetico.

L’ostacolo più grande alla lettura di questo libro sono stati i personaggi tendenti allo stereotipo, e in particolare la protagonista stessa, una ragazza ricca e annoiata, che guarda il mondo con disprezzo e usa gli altri per i suoi fini. Anche la sua backstory tragica non mi ha convinto fino in fondo e in particolare la sua relazione con la madre mi è sembrata eccessivamente lacrimosa, triste in modo artefatto. Ciononostante, verso la fine e in particolare negli ultimissimi capitoli, la protagonista prende punti per me, e ho finito per provare un misto di fastidio e tenerezza nei suoi confronti.

In conclusione, il libro è per me un ottima lettura (soprattutto se vi piacciono questo genere di romanzi su giovani ricchi e annoiati), mi ha sorpreso in positivo, e lo consiglio in particolare se volete leggere qualcosa di un po’ diverso! Come ho detto, io il libro l’ho letto in inglese, quindi non posso commentare la traduzione (edita Feltrinelli), però so che è stato tradotto da Gioia Guerzoni che di solito non delude!

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