“This is Going to Hurt”/”Le farò un po’ male” di Adam Kay

This is Going to Hurt fa parte di quella categoria di libri che probabilmente non avrei mai letto di mia sponte, ma che sono felice di aver letto per un motivo o per un altro. In questo caso il motivo è molto bello, ovvero questo è il libro che è stato scelto per il mese di maggio dal Book Club del mio ufficio (fondato niente popò di meno che da yours truly).

Piccolo sipario pro Gruppi di Lettura et similia: il Gruppo di Lettura è un’invenzione magica e bellissima che ti permette in primo luogo di ampliare le tue letture affrontando generi e tematiche che magari di tuo non sceglieresti (come nel mio caso con i memoir/diario), e in secondo luogo di condividere il piacere della lettura con altre persone che amano la lettura e che vogliono discuterne. Ce ne sono molti anche online – anche se, se siete come me, finisce che di quelli online ci si dimentica nel giro di una settimana – ma se volete avere un gruppo di lettura “in real life” e non ce n’è nessuno a cui potete partecipare, fondatelo voi! Se non sapete da dove iniziare, chiedete consiglio in biblioteca o in libreria (altre invenzioni bellissime e magiche)! Fine siparietto motivante sui GdL.

Come ho accennato, This is Going to Hurt è un memoir, e nello specifico il memoir di uno specializzando in medicina negli anni 90 in Inghilterra. Il sottotitolo dell’edizione italiana, “Diario tragicomico di un medico alle prime armi”, penso sia perfetto. In particolare, l’aggettivo tragicomico racchiude perfettamente due delle qualità più brillanti di questo libro: la serietà degli argomenti trattati e l’umorismo dolceamaro con cui vengono trattati. Avete presente quegli aneddoti (che chiunque abbia lavorato in posizioni client-facing ha) sui clienti pazzi con richieste assurde, i colleghi incompetenti e le situazioni lavorative impensabili? Ecco, trasportate il tutto nel reparto maternità di un ospedale dove ogni cosa è portata agli estremi, dove l’estremo positivo è la nascita di una nuova vita e l’estremo negativo, altrettanto presente, è la morte.

Le pagine di questo diario, redatto in fretta e furia al termine di turni estenuanti, racchiudono gemme di umorismo (si può definire veramente umorismo se è successo davvero?): dalla mutilazione genitale accidentale, a metodi di contraccezione poco ortodossi, fino alle piccole vendette quotidiane. Lo stile di Kay è brillante e incalzante, molti dei suoi commenti più sarcastici si trovano nelle note a piè di pagina dove illustra la terminologia medica più oscura e mette la situazione in prospettiva. Non scherzo quando dico che ho veramente laughed out loud mentre leggevo questo libro! A testimonianza di tutte le occhiatacce che mi sono beccata in treno, vi lascio tre dei miei passaggi preferiti:

La cosa che mi ha sorpreso di più è però forse la nota politica con cui Kay ha intrecciato tutto il libro, e soprattutto con cui l’ha concluso, visto che le ultime pagine di questo volume sono una lettera aperta al Ministero della Salute britannico. Ero a conoscenza, seppur vagamente, dei tagli fatti dagli ultimi governi Tory all’NHS (National Health Service, il nostro Ssn); tuttavia non mi ero veramente resa conto della portata di questi tagli e delle conseguenze disastrose che hanno avuto (settimane lavorative di 90+ ore, niente ferie né malattia, assenza di strumentazione adeguata, ecc).

Kay non ha paura di parlare apertamente di politica e addirittura di fare nomi (il suo ultimo ringraziamento è “With no thanks whatsoever to Jeremy Hunt”, il ministro della salute che ha introdotto i tagli all’NHS). Le ultime pagine in particolare mi hanno fatto riflettere molto su quanto un libro (e la letteratura in generale) possa servire come call to action per portare l’attenzione del pubblico su una determinata tematica e per richiedere un intervento politico. A questo proposito, lancio la domanda a chi mi legge (chi?): pensate che la letteratura possa (o addirittura debba) avere intenti politici? E se sì, pensate che possa veramente riuscire in questi intenti?

Il romanzo è stato tradotto in italiano da Gioia Sartori ed edito da Lastarìa Edizioni, con il titolo “Le farò un po’ male“. Devo essere sincera, mi ha sorpreso scoprire che non se lo sia preso una casa editrice più grossa, visto il successo enorme che ha avuto nel Regno Unito – e proprio per questo motivo, complimenti a Lastarìa per averci visto lungo! È anche vero che uno dei motivi principali del successo nel Regno Unito (senza nulla togliere alle abilità narrative di Kay) è l’importanza che l’NHS ha nella coscienza collettiva inglese. E questo libro è in effetti una lettera d’amore all’NHS, a cui però è allegato un modulo per il divorzio. L’umorismo di Kay è poi a tratti tipicamente british, quindi posso capire la reticenza nel tentare di introdurre questo libro a un pubblico italiano, che probabilmente dell’NHS non l’ha neanche mai sentito menzionare.

Metto le mani avanti, non so quale sia la qualità della traduzione italiana. Mi sento però comunque di consigliare moltissimo questo libro visto che, al di fuori del contesto strettamente britannico, i temi affrontati in realtà sono universali e la call to action di cui parlavo prima è trasferibile anche al contesto italiano. Inoltre, fa morire dal ridere, giuro.

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