“Bestia da latte” di Gian Mario Villalta

Bestia da latte è un romanzo difficile da digerire, da quanto è amaro. È una storia familiare, certo, ma di una famiglia in cui lo spauracchio della misera passata fa sì che l’indifferenza, la solitudine e persino la violenza cieca siano all’ordine del giorno. Insomma, come dice Hermione Granger…

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A undici anni, in pochi mesi può finire l’infanzia. E i tradimenti che ci sembra di subire a volte li cerchiamo, oppure li inventiamo, per consentire a un’altra età di avere inizio.

A dare il la alla storia è la scoperta da parte del nostro protagonista – che rimane anonimo per tutto il libro – della morte di suo zio. Questo avvenimento aprirà il coperchio del vaso di Pandora facendo riaffiorare numerosi, dolorosissimi ricordi.

La storia viene narrata dal protagonista in un unico flashback contorto e confuso che spesso e volentieri balza in avanti e indietro, collegando fatti diversi per intessere la trama di una famiglia spigolosa, di quelle che ormai abbiamo dimenticato, oppure che non sappiamo neanche siano esistite.

L’infanzia del protagonista si svolge durante il boom economico in un paesino del nordest. Qui molte famiglie, compresa quella del protagonista, hanno visto un’evoluzione vertiginosa durante quegli anni, passando da una povertà cruda e una miseria cieca a un sostanziale benessere, senza riuscire però mai a scrollarsi di dosso gli usi e costumi sociali della loro precedente condizione.

Questo è sì vero per tutte le regioni d’Italia, ma a maggior ragione per regioni, come il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, che prima della guerra erano poverissime, e che nel giro di pochi anni hanno visto un’industrializzazione rapida e travolgente. Il salto generazionale (a cui il narratore si trova perfettamente in mezzo) è così grande che molto spesso genitori semianalfabeti con la terza elementare avevano figli laureati.

La distinzione è così netta che il narratore parla di una prima infanzia, vissuta nella società vecchia, prima della morte del nonno, e di una seconda infanzia (e poi adolescenza) vissuta in una società in rapida evoluzione. La differenza tra il prima e il dopo è talmente ampia, e l’alterità di questo prima, che il narratore ricorda a spizzichi e bocconi, è talmente estrema, che il narratore non riesce nemmeno a spiegarla e in alcuni punti si rifiuta di descriverla. Trova anche difficoltà a parlarne con il figlio, che si sorprende nello scoprire che da bambino il narratore, suo padre, non andasse in pizzeria con il padre (le pizzerie non esistevano e, comunque, l’idea di uscire a mangiare non era nemmeno concepita nella mentalità dell’epoca) – eppure questa vita di prima ha lasciato nel narratore dei segni impressi a fuoco.

Siamo consapevoli soltanto di una piccola parte di ciò che ci accade, mentre invece ci sentiamo per intero responsabili di noi stessi, anche di quello che è un destino, che cioè non dipende da noi e non possiamo modificare. E questa è per tutti una responsabilità troppo grande.

In particolare, il narratore cerca di conciliare la consapevolezza di essere stato amato e accudito con ogni cura possibile, con il senso di angoscia totalizzante che pervade i ricordi della sua infanzia. Un’angoscia causata principalmente da una situazione familiare non facile in cui la bugia e il sotterfugio erano all’ordine del giorno, in cui il narratore si sentiva solo e abbandonato e viveva ogni instante nel terrore di venire rimproverato, picchiato, attaccato.

A sconvolgere maggiormente è infatti la violenza immotivata e rabbiosa di cui il narratore è vittima quasi giornalmente da parte di parenti e in particolare da parte del cugino Giuseppe, che riversa su di lui aggressività e frustrazioni. È un tipo di violenza (non solo botte, ma veri e propri soprusi e torture) che al giorno d’oggi susciterebbe sconcerto e indignazione da parte di genitori ed educatori, ma che solo 60-70 anni fa era vista come espressione dei tipici screzi tra bambini. Al giorno d’oggi assegneremmo questa violenza alle bestie (nella corrente accezione negativa del termine), ma che nel prima era peculiare degli uomini in quanto la bestia (unico sostantivo disponibile in dialetto per descrivere l’animale, e quindi allora privo di connotazioni negative) era in realtà solo un alleato di vita, era inscindibile dall’uomo, e profumava di buono.

Il prima era infatti l’epoca in cui le bestie e gli uomini vivevano ancora assieme, ed era difficile distinguere la vita dell’uno da quella dell’altro. Una volta passati al dopo, le bestie vennero separate dagli uomini, il loro allevamento venne industrializzato. Questo cambiamento viene avvertito dal narratore tramite l’olfatto: le stalle, ora distanti dalle case, iniziarono a puzzare perché destinate all’incuria dei nuovi allevatori, non più interessati alla bestia come compagno di vita, ma esclusivamente al profitto che potevano trarne. Le bestie vennero divise in “bestie da carne” e “bestie da latte”. Questa evoluzione dello status della bestia è equiparabile al passaggio dalla prima alla seconda infanzia del protagonista, che viene catapultato nel mondo degli adulti, un mondo in cui lui deve accettare il suo status di bestia da latte e imparare a vivere in una mandria di bestie da carne.

Stilisticamente, Bestia da latte è un romanzo ben scritto, con una narrazione puntuale e asciutta. Non vengono sprecate parole, ed è giusto che sia così visto che il narratore è taciturno e introverso. Unica pecca, forse, l’eccessiva stratificazione di alcune frasi con numerosi livelli di subordinazione che si rivelano talvolta garden path sentences e che necessitavano di una seconda lettura.

Non c’era alcun piacere a comprarsi un bel paio di scarpe, a regalarsi un disco, a scegliere un’acqua di colonia gradevole. Era necessario. Si faceva per dovere, e doveva apparire come un dispiacere, quasi un dolore che era impossibile evitare.

Ho apprezzato particolarmente questa lettura in quanto ci ho rivisto le storie dei miei nonni, fin nel minimo dettaglio (pensavo che il nome Pippo per l’aereo che segnalava il coprifuoco durante la seconda guerra mondiale se lo fosse inventato mia nonna, e invece a quanto pare era ben diffuso). Oltre agli specifici ricevimenti culturali (espressioni dialettali, pratiche e nomignoli), a risultare istintivamente familiare per me è la mentalità di chi ha vissuto la povertà estrema e, anche dopo essersi arricchito, non è mai riuscito a scrollarsi di dosso la miseria passata. Sto parlando, per esempio, di elementi culturali come la forte gerarchia familiare (basti pensare all’espressione “comandi!” usata in dialetto veneto con il significato di “eccomi”), l’ossessione morbosa per il concetto di lavoro e di debito, e infine la necessità che tutto (anche le cose più piacevoli) venga visto come un impegno, un affanno, un obbligo. Se avete nonni nati poveri (per intendersi, i miei nonni sono nati tutti contadini e hanno la quarta elementare), e in particolare se siete del nordest, forse sapete di cosa parlo.

In conclusione, per chi ha il mio stesso background, questo romanzo ha il valore aggiunto di rappresentare una finestra nel passato delle nostre famiglie. Per tutti gli altri, Bestia da latte è comunque un romanzo validissimo. Breve e intenso, andrebbe letto tutto in un unica seduta, come se fosse un vostro parente a sedervisi accanto e a raccontarvi aneddoti della sua vita, come fanno alle volte gli anziani.

Sono felicissima di aver scovato questa bellissima perla e di averlo preso in prestito a scatola chiusa! Ne è valsa sicuramente la pena.

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