“L’Avversario” di Emmanuel Carrère

Per i credenti l’ora della morte è l’ora in cui si vede Dio, non più in modo oscuro, come dentro uno specchio, ma faccia a faccia. Perfino i non credenti credono in qualcosa di simile: che nel momento del trapasso si veda scorrere in un lampo la pellicola della propria vita, finalmente intelligibile. Per i vecchi Romand, questa visione, anziché rappresentare il pieno coronamento, aveva segnato il trionfo della menzogna e del male. Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana: l’Avversario.

[Disclaimer: la recensione non contiene veri e propri spoiler (d’altro canto, basterebbe leggersi la pagina di Wikipedia a riguardo per sapere la trama), ma la lettura è comunque consigliata a chi il libro l’ha già letto.]

Fin dalle prime righe, sia ha la netta sensazione che “L’Avversario” non sia un libro comune. E difatti di comune non ha quasi niente: la trama è inimmaginabile, lo stile fenomenale e il genere di difficile definizione. Di comune, uguale agli altri libri, ha solo il fatto di essere stampato su carta, rilegato e messo su uno scaffale di libreria. Di comune, quindi, ha solo l’involucro, l’esterno.

Un po’ come il suo protagonista, l’impostore e assassino francese Jean-Claude Romand, che per quasi vent’anni ha vestito i panni di un medico dell’OMS, di marito fedele e padre affettuoso, mentre nella realtà non era assolutamente nulla. Cacciato dall’università dopo aver ripetuto il secondo anno 12 volte, senza alcun lavoro, Romand per 17 anni della sua vita ha passato le sue giornate – le giornate che secondo parenti e amici trascorreva al lavoro a Ginevra oppure in giro per il mondo, a qualche convegno o riunione internazionale – seduto in macchina in un qualche parcheggio a leggere, oppure a passeggiare nei boschi della Giura. Completamente da solo. Giornate vuote, fatte di un assoluto e totalizzante nulla. Un nulla che piano piano si è fatto strada ingoiando l’identità di Romand stesso.

Di norma una bugia serve a nascondere la verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c’era un vero Jean-Claude Romand.

Ed è questo l’elemento più inquietante, perché di solito le menzogne esistono per coprire una verità, magari scomoda, magari difficile da accettare. Ma nel caso di Romand, le menzogne non coprivano nulla, se non la dolorosissima assenza di verità. E per diciassette anni, quest’uomo debole e ossessionato dall’idea di non far soffrire il prossimo, ha mentito e, giorno dopo giorno, bugia dopo bugia, ha costruito una finzione assolutamente comune, senza che a nessun venisse il men che minimo dubbio.

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Tutto il castello di carte crolla quando Romand rischia di essere scoperto: le truffe a parenti e amici, con cui guadagnava i soldi che gli servivano per mantenere sé e la famiglia con uno stile di vita alto-borghese, hanno i giorni contati. Allora qualcosa in lui scatta e il ricco medico di provincia si trasforma da truffatore ad assassino: nell’estremo quanto folle tentativo di proteggere un’ultima volta la propria famiglia dalla verità (o meglio, dalla sua assenza), nel giro di 24 ore uccide entrambi i genitori, la moglie e i due figli piccoli e poi tenta il suicidio dando fuoco alla casa. Lui è l’unico a sopravvivere e viene sottoposto a un processo che invece di portare alla luce la verità sembra dare a Romand un altra maschera, un ennesimo ruolo da recitare, come se sotto gli infiniti strati di menzogne e auto-annientamento non fosse più di grado di trovare suo vero “io”.

Sono sicuro che non stia recitando per ingannare gli altri, mi chiedo però se il bugiardo che c’è in lui non lo stia ingannando. Quando Cristo entra nel suo cuore, quando la certezza di essere amato nonostante tutto gli fa scorrere sulle guance lacrime di gioia, non sarà caduto ancora una volta nella rete dell’Avversario?

Tramite un fervido immaginario cristiano e un’accurata riflessione antropologica, Carrère delinea con lucidità e maestria il profilo psicologico di Romand, che prima di essere il pluriomicida condannato all’ergastolo conosciuto dal grande pubblico era un uomo qualunque, che conduceva una vita comune, con famiglia e amici, un involucro comune che nascondeva l’indicibile. Carrère ricostruisce la storia con una linea interpretativa precisa – come afferma l’autore, sarebbe infatti impossibile fare altrimenti – ma lascia comunque spazio a pensieri e riflessioni personali.

Molte sono le questioni che restano irrisolte a fine lettura: Romand si è macchiato di altri omicidi? Ha tentato veramente il suicidio, oppure, come sosteneva l’accusa, ha fatto di tutto per essere salvato? Il Romand alla fine del libro si è veramente pentito, o sta conducendo l’ennesima recita? Fino ad arrivare alla domanda nucleo del romanzo: ma esiste in realtà un vero Jean-Claude Romand?

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Come afferma Romand stesso, solo la morte dà un’interpretazione definitiva alle azioni dell’uomo; finché l’assassino rimane in vita, continuerà a vivere nella zona grigia dell’incertezza, perché infondo è la stessa natura umana ad essere indissolubilmente legata all’incertezza.

Io, però, un’opinione seppur limitata me la sono fatta, e può essere riassunta dalle immortali parole di Jake Peralta:

tenor

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