“Resto qui” di Marco Balzano

Io credevo che il sapere più grande, specie per una donna, fossero le parole. Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole.

[Disclaimer: This post will be entirely in Italian because, as far as I know, “Resto qui” by Marco Balzano has not been translated in English yet. I’d love to tell you how brilliantly written, poignant and touching this novel is, but I’m afraid I’d be too much of a tease!]

La mia prima lettura di ottobre è Resto qui di Marco Balzano, pubblicato a inizio 2018 da Einaudi e finalista al Premio Strega.

Il romanzo è un manifesto contro la guerra, o meglio, contro ogni tipo di crudeltà tra uomini, attiva o passiva che sia. Lo stile narrativo è brillante, asciutto e intenso.

Resto qui è, senza ombra di dubbio, una delle mie letture preferite del 2018.

Resto qui 1

Io e questo libro ci siamo capiti subito: mi guardava fisso, dalla mensola delle novità della mia biblioteca e ci passavo davanti ogni giorno per entrare in aula studio. Una copertina minimalista e tuttavia bizzarra, con quel campanile che spunta dall’acqua, solitario, come fosse l’ultima quercia rimasta in una radura dopo un incendio.

Ne avevo sentito parlare poco, quasi di striscio, e a tutt’oggi non mi so spiegare perché visto che è una delle novità editoriali che più mi hanno colpito. L’ho preso più per quel suo sguardo di sfida e per il mistero che si celava dietro la copertina.

La trama, in due parole o poco più, segue la vita di Trina abitante di Curon, in Val Venosta, durante la dominazione fascista, la seconda guerra mondiale, e una ricostruzione che mette il progresso al di sopra delle persone. E’ un romanzo in cui la montagna, la vita contadina, il piccolo villaggio la fanno da padroni. La voce di Trina è succinta, aspra, e al contempo intrisa di un dolore spiazzante nella sua crudezza.

Le poche fotografie che conservo le tiro fuori con prudenza, col tempo si diventa di lacrima facile. E io odio piangere. Odio piangere perché è da idioti, e perché non mi consola. Mi fa solo sentire spossata, senza più voglia di mandare giù un boccone o di infilarmi la camicia da notte prima di andare a dormire. Invece bisogna curarsi, stringere i pugni anche quando la pelle delle mani si copre di macchie. Lottare a prescindere.

Resto qui è un romanzo difficile da mandar giù, perché prima di tutto è uno specchio della nostra storia e di noi stessi. E’ un romanzo che non sputa sentenze né accuse, ma ci mette di fronte la realtà – spesso cruda, spesso ignorata – di uno dei periodi più brutti della storia italiana recente.

Ognuno di noi cresce con storie sul ventennio fascista e la guerra, storie diverse ma tutte accomunate, si spera, da un senso di disgusto e da un desiderio di dimenticare. Eppure questo romanzo vuole essere testimonianza, vuole prendere per le spalle per il lettore e chiedergli a gran voce di non dimenticare. Perché se dimentichiamo, se ci lasciamo tutto alle spalle, se decidiamo di chiudere un occhio o anche due, finiamo per cadere nell’inerzia, che miete vittime più ancora dell’esplicita crudeltà umana.

L’uomo col cappello scosse le spalle e annuì con compassione. La conosceva bene la gente, lui che da tutta la vita girava il mondo. Era uguale ovunque, assetata solo di tranquillità. Contenta di non vedere. È stato così che aveva già sgombrato paesi, sventrato quartieri, abbattuto case per far passare binari e autostrade, gettato colate di cemento sulle campagne, fatto costruire fabbriche lungo il corso dei fiumi. E il suo lavoro non andava mai in crisi perché cresceva dove c’era la fiducia inerte nel destino, la fede assolutoria in Dio, l’incuria degli uomini assetati solo di tranquillità.

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In particolare, la storia di Trina è la storia di quella fascia di popolazione priva di fazione, né fascisti né partigiani, spesso dimenticata dai libri di storia, sebbene sia stata la più colpita da questo capitolo del Novecento italiano.

Ma le tematiche toccate in questo romanzo non si limitano alla guerra: cosa ci rende italiani? Com’è la vita del confine? In che termini definiamo la nostra appartenenza in un luogo? E fino a che punto siamo disposti a spingerci per difenderla?

In Resto qui Balzano tratta temi delicatissimi, come l’identità culturale e nazionale, il lutto, il dolore inimmaginabile, la resilienza dell’animo umano, la convivenza tra popoli diversi all’interno di uno stesso confine. E lo fa con eleganza, forza e lucidità.

I personaggi che vivono in questo romanzo sono tratteggiati finemente e sapientemente, e sono animati ognuno da uno spirito individuale, parlano con una voce riconoscibile al pari di un parente o di un amico. Trina, in particolare, è un personaggio femminile validissimo (soprattutto per essere stato scritto da un autore uomo, e lo dico senza intenti faziosi). A tratti l’ho trovata forse eccessivamente inerte, paradossalmente alla ricerca anche lei di quella stasi che veniva condannata nel passaggio che ho riportato sopra. Ad ogni modo, rimane comunque una voce forte, a tratti spigolosa, a tratti materna, o forse materna proprio perché forte e spigolosa.

Lo stile può essere riassunto nell’ultima frase di questo passaggio:

Ho fatto sì con la testa, senza sapere cos’altro dire. Mi sono messa con i gomiti sul tavolo a seguirlo che se ne andava. Ogni tanto tiravo un’occhiata alla porta perché avevo paura che all’improvviso spuntasse Ma’. Ti fa sentire una ladra certe volte l’amore.

Asciutta, senza virgole, perfetta della sua simmetria. Mi ha lasciato senza fiato la prima volta che l’ho letta.

Se dovessi dare un giudizio in numeri, Resto qui si aggiudicherebbe un meritatissimo 4.5/5. Se i numeri vi dicono poco o niente, vi basti pensare che una volta terminato, sono rimasta a pensarci, in lacrime, per ore.

(Okay, forse è stata un po’ colpa anche del ciclo. Leggetelo però, giuro che merita.)

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